Roommates: la recensione di Roots

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Roommates

Roots

(Vrec)

rock

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Roommates-Roots-2020-recensioneI Roommates, con il loro secondo lavoro Roots, hanno fatto centro. Il disco, ispirato alla Divina Commedia, racconta in dieci episodi i sette peccati capitali.

L’ispirazione non manca alla band ligure che ha una caratteristica particolare, ovvero di essere un quartetto costruito su tre cantanti. Tale diversità vocale non inficia sul risultato finale di questo album che non perde mai colpi.

Si parte con la lenta e decadente Path Of The Sinner per poi cambiare registro con la melodica Second One.

Il giro di chitarra di Feed One fa da preludio ad un brano che cresce ascolto dopo ascolto. La padronanza tecnica del quartetto è notevole e trova ispirazione nei giganti del passato, ma anche nei gruppi contemporanei come gli Incubus che sembrano essere presenti in alcune fasi di Roots.

I brani sono pieni di qualità ed hanno anche una componente southern che esce fuori alla grande in Want. Se Acedia è la classica traccia che omaggia gli anni settanta e gente come Whitesnake ed Ufo, Deep Feeling si contraddistingue per la sua cupa linea di basso che grava come un macigno sulla struttura della canzone che poi si apre improvvisamente grazie ad un ottimo ritornello.

La componente classica ed old style permane nella funkeggiante The Contract che riporta alla mente un certo crossover rappresentato proprio dagli Incubus di Brandon Boyd quando erano agli esordi, mentre Pride è probabilmente il pezzo meno convincente del lotto.

Sul finire si ritorna a respirare aria da alta classifica grazie a Summit, vera e propria perla old style, ed alla riflessiva titletrack che consegnano a questo disco i crismi della raffinatezza e della aristocraticità musicale.

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