Warpaint
Heads Up
(Rough Trade)
indie-pop, dream-pop, shoegaze
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Nonostante siano di Los Angeles e abbiamo frequentazioni importanti come Jack Frusciante, le Warpaint suscitano interesse decisamente più in Europa che non in USA.
Sia come sia, Heads Up è la loro nuova fatica e l’incrocio di basso, batteria e voce (con la chitarra ridotta ai minimi termini) di Whiteout, posta in apertura, mi ha fatto davvero pensare a una triste deriva per le quattro ragazze.
E invece… non tutto è perduto. Mano a mano il disco prende corpo e – lo anticipo subito – il peccato veniale delle Warpaint di Heads Up è quello di aver fatto un disco un po’ troppo eterogeneo (ma se avrete pazienza e arriverete alla fine di questa recensione scoprirete che questa affermazione non è del tutto vera).
La loro terza fatica segue almeno per un aspetto la falsariga dei due lavori precedenti: ai primi ascolti non si rivela e solo dopo aver preso confidenza con la materia sonora, con le canzoni, vengono fuori tante squisitezze sia sonore e sia compositive.
Dopo averlo lasciato girare nel lettore CD per circa un mese, posso affermare con certezza che Heads Up è composto da 11 tracce meramente seduttive, che passano dalle influenze anni ’80 dei primi due dischi ai ’90 di quest’album, Cure di tale decennio compresi (The Stall), non disdegnando qualche battuta più alta con tentazioni da dancefloor-downtempo (New Song).
Alla fine della fiera, Heads Up è un disco pop con velleità arty e senza paura di confrontarsi / scontrarsi con molti generi, r’n’b ultima maniera compreso, anche se l’atmosfera di fondo è sempre e comunque dreamy.
Col senno del poi degli ascolti prolungati, quella che all’inizio può apparire come ingenua eterogeneità altro non è che una summa delle influenze delle Warpaint (Cocteau Twins, The Cure, Bjork, The XX, il trip-hop di bristoliana memoria, e chi più ne ha più ne metta).
Insomma, Heads Up è come un buon (ma non eccelso) vino rosso: col tempo migliora.
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