Ulver: Childhood’s End

Scordate le atmosfere gothic e black metal a cui vi avevano abituato gli Ulver. Con questo Childhood's End vi porteranno in un magnifico viaggio nella psichedelia anni '60. Cover di grande qualità.

Ulver

Childhood’s End

(Cd, Kscope)

rock, psichedelia

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Ulver Childhood's EndNon hanno certo bisogno di presentazioni gli Ulver, alfieri del black metal e del gothic norvegese.

Dopo aver passato in rassegna diverse sfumature noir, i lupi norvegesi, arrivano con questo Childhood’s End, un tributo al rock psichedelico.

Si parte subito con uno dei brani migliori dell’album, Bracelets Of Fingers, originariamente dei The Pretty Things, in una versione abbastanza fedele.

Everybody’s Been Burned dei The Byrds viene leggermente incupita ma mantiene un’aurea magica e sognante.

Pura psichedelia sixteen per The Trap, perfetto stile Doors nell’originale dei The Bonniwell’s Music Machine, quasi alla Syd Barrett riproposta dagli Ulver.

Il pregio di questo album tributo alla psichedelia è soprattutto l’aver scelto non delle pietre miliari ma dei brani meno conosciuti delle band in questione, così infatti anche per The Chocolate Watchband, dei quali recentemente i Jet avevano riproposto Sweet Young Thing. Della band di Mark Loomis, troviamo una bellissima versione di In The Past, brano che molte indie band dovrebbero prendere come ispirazione.

Entriamo in territorio Jefferson Airplane con l’onirica Today dove però gli Ulver non raggiungono la magia vocale della band californiana.

Arriva poi il momento dei Gandalf, band che pubblicò un solo album dal quale viene tratto Can You Travel In The Dark Alone.

Aumenta il ritmo con I Had Too Much To Dream Last Night degli Electric Prunes, ennesimo pezzo da novanta di questo Childhood’s End.

Si continua il viaggio nella psichedelia anni ’60 con la vivace Street Song dei grandissimi 13Th Floor Elevators, qua presente in un’egregia versione.

Molto più cupa e noise dell’originale risulta invece 66-5-4-3-2-1 dei The Troggs.

Si ritorna in un ambito meno garage con la quasi beatlesiana Dark Is The Bark dei The Left Banke.

Nello stesso filone acustico Magic Hollow dei The Beau Brummels e Soon There Will Be Thunder dei Common People.

Un’altra punta di diamante risulterà Velvet Sunsets dei Music Emporium, assai fedele alla versione degli anni ’60 ma attualizzata e probabilmente anche migliorata.

Con la splendida Lament Of The Astral Cowboy di Curt Boettcher, ci si avvicina purtroppo alla fine di questo bel viaggio che viene chiuso da I Can See The Light degli inglesi Les Fleurs De Lys e dalla lisergica Where Is The Yesterday dei The United States Of America.

Questo Childhood’s End è un eccellente lavoro, molto ambizioso e coraggioso. Mi sembra quasi impossibile che non si riesca ad amare. E chissà che sentendo queste versioni, qualche indie boy non vada ad ascoltare le originali e scopra che tanta roba attuale viene proprio da là. Uno degli album dell’anno.

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Fabio Busi
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