Punkreas: recensione di Electric Deja-Vu

I Punkreas sono dei ragazzacci che a dispetto della loro lunghissima carriera riescono ancora a produrre canzoni che si stampano in testa come se non ci fosse un domani.

Punkreas

Electric Deja-Vu

(Virgin)

punk

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I Punkreas sembra stiano vivendo una seconda giovinezza, nonostante siano sulla breccia dalla fine degli anni novanta. In pratica, sono dei veri e propri sopravvissuti che resistono alle mode e al passare dei giorni, rimanendo ancorati alle loro certezze, ovvero a quel punk di stampo californiano e solare che tanto andava di moda quando uscivano e comandavano le classifiche, tra il 1994 e 1997, gente come i Green Day, gli Offspring e i Rancid.

I nostri ragazzacci si sono saputi, comunque, ben districare nel labirinto delle offerte musicali attuali e questo Electric Deja-Vu lo dimostra abbondantemente.

Le canzoni che si trovano al suo interno possiedono molta freschezza e dinamicità e hanno al loro interno anche delle soluzioni che non ti aspetti. Ad esempio, nonostante undici album alle spalle, i Punkreas non hanno paura ad osare e lo si nota da come guardino alla tradizione italica come dimostra la conclusiva Il Prossimo Show dove si abbraccia quel folk rock tipico di band come i Gang. In altri momenti le chitarre arpeggiate presenti in Non C’è Più Tempo riportano indietro con la mente agli ultimi Rats.

Le melodie sono sempre ottime e si stampano in testa come se non ci fosse un domani. Deja-Vu, oltre ad essere suonata all’impazzata, è immediata e non farà sconti quando verrà suonata nei loro concerti che da sempre risultano infuocati e passionari.

Non mancano le incursioni nello ska più puro come si può notare con la briosa Disagio che vede la partecipazione di Raphael.

Un’altra collaborazione indovinata è quella realizzata con Giancane in Dai Dai Dai (Die Die Die) in cui si parla di diritti violati e di sfruttamento sul posto di lavoro.

Tutto l’album è attraversato da una scossa adrenalinica che si palesa in canzoni di grande fluidità come Uomo Medioevo e nell’iniziale Le Mani In Alto che mette le cose in chiaro e fa vedere quanto questa formazione sia in uno stato di forma non indifferente. Anzi, più si ascolta il platter e più si ha la convinzione che quella generazione, di cui molti oggi non vogliono parlare perché “è un discorso che rende vecchi”, era e rimane baciata da un’ispirazione senza uguali.

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