Oslo Tapes: Tango Kalashnikov

Tango Kalashnikov è il secondo, spericolato, ambizioso, denso, europeo, rabbioso album degli Oslo Tapes, il progetto avant-rock, ispirato ai freddi (suoni) nordici, di Marco Campitelli ed Amaury Cambuzat

Oslo Tapes

Tango Kalashnikov

(DeAmbula Records/Dreaming Gorilla Records/Riff Records/Toten Schwan Records/Ridens Records/Santa Valvola Records)

avant-rock, experimental


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Oslo Tapes- Tango KalashnikovMarco Campitelli è l’uomo dietro una delle etichette italiane più interessanti degli ultimi dieci anni: DeAmbula Records è la label abruzzese che dal 2006 ad oggi ha licenziato dischi di artisti come CUT, Herself, Marigold, Ulan Bator, solo per citarne alcuni. Gli Oslo Tapes sono il suo progetto “nordico”, avant-rock, che nel corso degli anni è passato dall’essere un progetto solista fino al divenire un trio con questo secondo lavoro: Tango Kalashnikov.

La produzione di questo secondo disco, così come già era accaduto per l’esordio, è affidata allo sciamanico Amaury Cambuzat che nel genere, diciamolo pure, ci sguazza come nella vasca di casa sua. Mauro Spada (buenRetiro) al basso e Federico Sergente (Zippo) alla batteria completano la squadra, il core del progetto. Sì, perché Tango Kalashnikov è un disco fitto di collaborazioni e partecipazioni: a cominciare dallo stesso Cambuzat fino ad Umberto Palazzo, Sergio Pomante, Francesco D’Elia, Pat Moonchy, Andrea Angelucci. Collaborazioni dense e partecipate, che lasciano intatto lo spirito del progetto senza snaturarlo con slanci di personalità fuori luogo (come spesso accade, purtroppo).

Il disco si poggia su sonorità ricercate, spoken-word, rumorismi, elettronica analogica. Un piglio decisamente poco comune sul territorio italico e che, per questo, rende la scommessa degli Oslo Tapes una scelta rischiosa, a tratti spericolata. Lo scheletro è dettato da un grado più o meno spinto di improvvisazione sulla quale i suoni si stratificano e si costruiscono le ridondanze armoniche. L’approccio, dunque, rimanda a nomi altisonanti della scena avanguardistica americana degli anni ’60 e ’70 così come ad un certo kraut-rock d’annata (Can e Neu! su tutti) senza tralasciare quella spruzzata di Ulan Bator che sarebbe stato (quanto meno) strano non ritrovare.

Riferimenti ingombranti, titanici, scolpiti nell’alabastro, che non spaventano Campitelli e soci i quali si cimentano nell’impresa di declinare il tutto in chiave italica. La missione gli riesce nonostante alcuni punti interrogativi legati ad una referenzialità (che con quei nomi, buon dio, vorrei vedere voi!) che lascia troppo poco spazio ad idee davvero originali. Non peccano di personalità gli Oslo Tapes, questo va detto, tuttavia il loro genio viene talvolta offuscato da schemi troppo consolidati, sempre un pelo sopra al manierismo. La cosa si veste di sadismo quando tra i fantasmi che vagano tra le tracce, si manifestano i Massimo Volume ed i Marlene Kuntz de Il Vile. Tutto ciò è forse sintomatico di come l’idioma italiano abbia già dato tutto in termini di un certo tipo di stile e di quanto ci sia bisogno di rivoluzionare il concetto di cantato in italiano, in termini di approccio, di attitudine, in termini performativi.

I pregi di questo disco sono il guardare oltre l’arco alpino e la voglia di confrontarsi con orecchie più abituate di quelle italiane ad un certo tipo di sonorità. Godibile e fluido, intenso e ricercato, Tango Kalashnikov è un album contro la banalità; potente e di impatto, riesce a stare a galla ed a distinguersi dal resto della produzione del Bel Paese, con rabbia e con ambizione.

 

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Antonio Serra
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