Muse: Drones

Abbandonate le sperimentazioni di The 2nd Law, i Muse tornano fedeli alla loro apocalissi personale e al rock d'antan con Drones

Muse

Drones

(Warner Bros)

rock

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Muse- DronesDopo le sperimentazioni di The 2 nd Law, tipico lavoro di “transizione”, due erano le strade possibili da seguire: continuare verso derive ancora più estreme o tornare alle origini. I Muse hanno scelto questa seconda via, rimescolando vecchi ingredienti di sicuro successo.

Ed ecco Drones, una sorta di concept album in cui ritorna tutta la paranoia apocalittica a cui ci avevano abituato le liriche di Bellamy accompagnata dai suoi potenti riff di chitarra. Un déjà-vu? Un album fotocopia? Puzza di operazione commerciale? Niente di tutto questo. Il terzetto del Devonshire non ha certo paura di osare qualcosa di nuovo, ma è consapevole di trarre la sua forza da un genere che è un mix tra la spregiudicatezza delle prime realizzazioni e il pop più mainstream di The Resistance.

Come nella migliore tradizione Muse, Drones si apre con Dead inside, una specie di pezzo ponte con il disco precedente, che strizza l’occhio all’elettronica anni ’80. Comincia qui il viaggio di un uomo dentro di sé: dalla perdita della speranza si passa al lavaggio del cervello. Un sergente impartisce ordini e un soldato ubbidisce ciecamente, accettando di diventare un killer privo di discernimento (come non pensare alla marcia militare di Apocalypse please?). Psycho è rock con la R maiuscola: chitarre libere di esprimersi, il basso come sempre a fare da tappeto e a dare corpo, un ritornello d’impatto (“Your ass belongs to me”), la voce effettata e il falsetto. Ci sono tutti gli ingredienti che hanno fatto di questa band un riferimento per molte generazioni di musicisti a venire.

La parabola discendente nei meandri della spersonalizzazione dell’era tecnologica continua fra esempi di maestria (il tapping di Reapers) e raggiunge l’apice con The handler, altro pezzo rock à la Stockholm syndrome, già uscito insieme a Dead inside e Psycho nelle settimane precedenti in anteprima sul sito del gruppo. La presa di consapevolezza di essere dei burattini nelle mani di un burattinaio scaltro lascia il posto alla presa di coscienza che il cambiamento è possibile. Le parole di JFK aprono la seconda parte (virtuale) dell’album, nella quale testi e musica risalgono la china per scatenare una reazione. Ed ecco Defector, dove le parole di Matthew Bellamy “I’m free…you can’t control me” suonano da monito per tutti noi. Che si tratti di droni, di tecnologie che vogliono accentrare il potere alle macchine a scapito degli uomini o di politici che non ci rappresentano, ma fanno e ci fanno fare quello che vogliono, le tematiche trattate in questo disco hanno un respiro decisamente ampio e ci toccano tutti da vicino.

Con Revolt si passa dalle parole ai fatti con un brano che non avrebbe sfigurato nella colonna sonora di Rock of ages: rock vintage con una spruzzata di glam, ma che scimmietta un po’ troppo gli U2 (il che non è una novità), in una sorta di inno alla gioia e al potere di “insieme ce la faremo” che stona – e non poco – nonostante il mood del concept lo richieda.

Il punto opposto a The handler, ovvero l’apice della parabola ascendente, sono i sei minuti di Aftermath, una canzone d’amore non proprio tra le più riuscite. Dopo tre canzoni che devo essere sincera hanno smorzato il mio entusiasmo iniziale, chiudono l’album The globalist e Drones, ovvero il finale alternativo. Il primo è il pezzo che in un lavoro targato Muse non può mancare: dieci minuti di variazioni sul tema che si aprono con il classico fischio alla Morricone, tanto caro alla band (vedi alla voce Knights of Cydonia), in un ambiente quasi western, per virare al rock, prendersi un momento di pausa per una riflessione al pianoforte e fluire con naturalezza nella title track, un brano corale basato su un inno seicentesco.

Drones è il disco di un gruppo che ha fatto bene i compiti. Preciso, potente, d’effetto, suonato magistralmente. Forse non ci saranno quegli sprazzi di genialità che ormai davamo per scontati, ma almeno sono tornati a essere i Muse, non i Muse che copiano gli altri. È tornata la teoria della cospirazione, la funzione sociale ed educativa della musica al risveglio delle coscienze. Sono tornate le chitarre e i virtuosismi ad alto tasso di spocchia. Di certo Drones non passerà alla storia, ma se l’obiettivo del terzetto di Teignmouth non fosse quello di cercare di rinverdire i fasti di un tempo, almeno per il momento, ma semplicemente riuscire a restare a galla nell’acqua stagnante dell’attuale industria musicale?

 

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