Mambassa: Non Avere Paura

I Mambassa rendono omaggio ai loro vent’anni di carriera con Non Avere Paura, un disco che parla di noi, delle nostre vite e delle nostre emozioni

Mambassa

Non Avere Paura

(Believe Digital)

pop

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mambassa-recensione-non-avere-pauraSono passati ormai vent’anni da quel viaggio di ritorno in macchina dal concerto del 1° maggio in cui Stefano Sardo e Fabrizio Napoli, rispettivamente voce e chitarra dei Mambassa, hanno deciso di mettere su una band con un altro ragazzo di Bra (il “paese di tre lettere”) come loro. Da quel momento, come si suol dire, di acqua sotto i ponti ne è passata, inclusa una lunga pausa durante la quale li avevamo dati ormai per spacciati. Ed eccoli invece dare alle stampe Non avere paura, sesto album in studio che esce a quattro anni dal live all’Hiroshima Mon Amour di Torino, otto brani, un concentrato di emozioni e riflessioni, per mettere un punto a questo primo traguardo raggiunto.

Non avere paura è un titolo che calza a pennello con il periodo storico che stiamo vivendo. Quello che Sardo racconta in questa canzoni, attentamente selezionate con l’intento di salvare solo l’essenziale, è quel sentimento che non ci permette di vivere, che non ci fa spezzare relazioni malate o ribellarci “perché essere felici fa paura e l’infelicità un po’ ci rassicura” (Particelle). In un’epoca come la nostra, dominata dalla paura, sentirla raccontare in maniera così vivida e tangibile suona strano, ma al contempo catartico. Perché ancora una volta il punto di forza di questa band è il modo di scrivere del suo cantante, sempre molto descrittivo e immaginifico, capace di dare corpo alle storie raccontate.

E così passiamo dal fatalismo di Melancholia (alzi la mano chi sentendo il titolo e vivendone il mood non ha immediatamente pensato al film di von Trier), colonna sonora di Monitor, all’eccesso di consapevolezza che inibisce di Niente paura, dal punto di vista musicale un classico in stile Mambassa, al senso di smarrimento de Il centro dell’universo, che vanta una splendida coda strumentale.

Il disco è un crescendo continuo: L’altro, uno dei pezzi più belli e impegnativi sulla scia della vecchia scuola cantautorale italiana, da forma concreta alla paura che nasce dalla passione, mentre in Dormi con me domina l’inquietudine dell’intimità tra sconosciuti.

Particelle ripropone la tematica della piccolezza cosmica già accennata in precedenza su un bel tappeto di chitarre e, approcciandoci al finale, Una relazione parla – ça va sans dire – della difficoltà di portare avanti e persino di troncare una relazione, o meglio di rendersi conto della necessità di fare una scelta.

La parola fine però spetta a una splendida canzone scritta e cantata da Fabrizio Napoli (che avrebbe poi lasciato la band) dedicata al fratello musicista Giuseppe, che sviscera l’impossibilità di fare i conti con una perdita (Rusty).

Vent’anni dopo i Mambassa tornano a regalarci un disco che parla di noi, delle nostre vite, delle nostre emozioni, dei nostri problemi. È facile ritrovarsi nelle parole di Sardo e nella musica di questo gruppo, che con il passare del tempo si è fatta più intima ma comunque capace di regalarci un sorriso, perché sebbene la paura sia il filo conduttore di questa sorta di concept album, non è un senso di inquietudine quello che rimane al termine dell’ascolto, ma la profonda consapevolezza delle debolezze del genere umano e della nostra capacità di conviverci giorno dopo giorno.

 

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