Kasabian
48:13
(Columbia)
indie rock
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Annunciati come headliners di Glastonbury 2014 ben prima che si ascoltasse una sola nota del loro 48:13, i Kasabian arrivano al quinto album della loro carriera con il progetto più ambizioso che potessero permettersi.
Prodotto dallo stesso chitarrista (e neo papà) Sergio Pizzorno, 48:13 è un disco sincretico: mastica, digerisce e risputa 50 anni di musica rock, a partire dai Beatles (ovviamente), passando dai Fleetwood Mac per poi mano a mano innestare nelle sue canzoni elementi dagli Stone Roses, Prodigy, Chemical Brothers (il quasi plagio del singolo Eez-Eh), Fatboy Slim, i Simple Minds prima maniera (cfr l’intro di Clouds) fino ad arrivare ai cafonissimi (e qui da noi misconosciuti) Audio Bullys.
Nonostante tutto, 48:13 suona come un disco divertentissimo, un trip orgasmico-psichedelico degli anni ’10, una sfilza di pezzi in grado di far esplodere le platee di tutto il mondo, a cominciare dagli yeahhh di apertura di Bumblebee, di cui Shiva ne è l’intro.
48:13 sciorina una serie di navigati trucchetti strappa cori (Bananas!) conditi con sapiente elettronica, l’uso-abuso della parola ecstasy, senza però mai far dimenticare che i Kasabian sono una band che suona e che sul palco spacca. Di brutto. E che riesce a produrre gioielli come Levitation anche con riff di chitarra (apparentemente) semplici.
Insomma, con 48:13 (come la durata dell’album) i Kasabian non rinunciano a qualche zampata politica o a gettare un occhio disincantato sul presente e la Rete (being watched by Google), ma soprattutto si confermano come una macchina da guerra di portata planetaria. Che il party abbia inizio.
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