James Jonathan Clancy: recensione di Sprecato

Sprecato è un titolo che dà adito a mille interpretazioni, ma nella musica di Jonathan Clancy non c’è niente di definibile con un tale aggettivo.

James Jonathan Clancy

Sprecato

(Maple Death Records)

folk rock, elettronica, indie

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James Jonathan Clancy SprecatoSprecato è il tempo perso alla ricerca di una perfezione che non è di questa terra. Sprecate sono le occasioni perse. Ma sprecati siamo un po’ tutti, in quella condizione di autosabotaggio insito in ognuno di noi. James Jonathan Clancy ha dato voce al nostro essere sprecati in questo suo primo disco solista, dopo anni di militanza in formazioni come Settlefish, His Clancyness e A Classic Education, prodotto per la sua etichetta, la Maple Death Records. Un progetto nel quale si fondono i due generi ai quali l’artista italo-canadese si sente più affine in questo periodo, il folk rock e la proto-elettronica, ai quali si mescolano contaminazioni passate e presenti, lasciandoti appiccicato addosso un senso di inquietudine e di non appartenenza che destabilizza e al contempo affascina.

Ogni traccia di Sprecato regala un’apparente sicurezza all’inizio, per poi trasformarsi a mano a mano che il minutaggio prosegue. Quando pensi di aver colto il folk rock di fondo, ecco che la psichedelia si fa prepotente e ti sprofonda in un viaggio onirico à la Pink Floyd (Black & White), oppure l’elettronica vintage assume tinte dark fino a sfociare nel noise (A Worship Deal). Un mondo immaginifico dai contorni indefiniti, fatto di canzoni non necessariamente di questo pianeta.

Un disco rimasto a lungo nel cassetto, per il quale Clancy, dopo aver superato lo choc di non avere una band con cui condividere gioie e dolori, ha riunito un gruppo di amici di tutto rispetto. Da Stefano Pilia, il cui lavoro sulle chitarre è sempre squisitamente riconoscibile – qui anche in veste di produttore – a Enrico Gabrielli, da Andrea Belfi a Francesca Bono, tutta gente che in un modo o nell’altro ha messo (e per fortuna nostra, continua a mettere) le mani su quella che per definizione è la musica indie.

Densa e intrisa di sfumature, la musica di Clancy è capace di cullarti in atmosfere oniriche e di schiaffeggiarti mettendoti di fronte alla cruda realtà. Nei dialoghi tra i fiati e il synth, le chitarre e le percussioni, sembra accompagnarti in mondi lontani, mentre le mille frequenze della sua voce vibrano raggiungendo una nuova profondità emotiva. E la copertina, disegnata da Michelangelo Setola, estremizza i temi dell’alienazione filtrando al contempo disperazione e speranza.

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Simona Fusetta
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