Farewell To Hearth And Home: Diversions

Sheldon Cooper canta e suona l'ukulele in una band in Italia? Ed ha la voce uguale al cantante dei Suede? No, sono i Farewell To Hearth And Home e questo è il loro disco: Diversions

Farewell To Hearth And Home

Diversions

(Millesei Dischi / Audioglobe)

indie-folk, wave

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Farewell To Hearth And Home: DiversionsSono sempre restio nei confronti delle band che tendono a descriversi con chili e chili di parole, aggettivi, definizioni, immagini più o meno poetiche e sognanti. Quando incontro una cartella stampa in cui la biografia del gruppo parte da “il primo disco che ho comprato è stato…” la sensazione che ho, inevitabilmente, è che probabilmente sia il sintomo di una insicurezza di fondo sulle potenzialità che la musica ha di parlare da sola.

La cartella stampa di Diversions, il disco dei Farewell To Hearth And Home, è un po’ così: contest vinti, concerti fatti, immagini poetiche, descrizioni pseudo-filosofiche del loro suono, della loro attitudine e di come e perché hanno concepito questo disco.

Inutile dire che sono partito prevenuto, ma aggiungo subito che questo disco, di tutte quelle frasi e parole che riempiono due fogli A4, non ne ha alcun bisogno. C’è tanto talento e buon gusto, infarcito da un bel po’ di influenze (che magari andrebbero un poco poco smussate) tra le più eterogenee.

La voce baritona di Athos Molteni è calda ed avvolgente. Un timbro suadente che ricorda a tratti quello di Mauro Ermanno Giovanardi per poi mandarti in cortocircuito con quei micro-falsetti tipici di Brett Anderson. Lui sembra uno Sheldon Cooper (non scherzo!) in fissa con Peter Murphy oltre che con Leonard Nimoy (Misadventures of Leonard Nimoy).

Avrete intuito che i riferimenti all’Inghilterra e ad un certo filone wave non mancano. Ma l’impianto musicale sul quale costruiscono le loro ritmate ballate si fonda su un approccio molto più folk. Mumford & Sons, certo, ma anche quel punk-folk che fu dei Violent Femmes. È come se i Pulp di Jarvis Cocker (The Saddest Summer Ever Known) avessero deciso di fare concorrenza agli I’m From Barcelona (A Novel To Save Martin).

Se gli accostamenti vi sembrano azzardati ed inconciliabili, ascoltando le dieci tracce in questione, vi ricrederete all’istante. C’è posto anche per canzoni le cui melodie sembrano scritte usando un bignami degli Smiths, come in Dorian, You May Kiss Your Bride che in più di un passaggio melodico ricorda le tipiche melodie sghembe di Morrisey.

Tuttavia, se si mettono da parte per un secondo i riferimenti e ci si ferma ad ascoltare e godere di queste canzoni, non c’è modo di sfuggire alla consapevolezza di essere immersi in un disco davvero bello. Una mela presa a morsi a Camden Lock. Con lo schiocco tipico delle mele che riecheggia lungo le sponde del fiume. Nonostante la produzione fatta in ferreo regime di autarchia (e che se fosse stata affidata ad un nome importante d’oltremanica, non ci sarebbe stato da meravigliarsi, ché se lo meriterebbero davvero i Farewell To Hearth And Home ), questo album è corposo, ricco, frizzante, allegro, spensierato ed allo stesso tempo denso e gustoso. Croccante e fresco come una mela. Un disco folk-wave che ci voleva proprio per prepararsi nel modo giusto all’autunno che bussa alle porte.

 

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Antonio Serra
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