Arctic Monkeys: AM

Alex Turner e soci sono tornati per ‘sconvolgerci i parametri’, ancora una volta. Se pensavate di averli capiti, preparatevi perché AM è solo l’inizio della (continua) ascesa degli Arctic Monkeys

Arctic Monkeys

AM

(Cd, Domino Records)

indie rock

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Che gli Arctic Monkeys fossero una delle realtà musicali più interessanti di questo nuovo millennio era già chiaro ai più: balzati agli onori della cronaca grazie a due album estremamente rock, caratterizzati da ritmi frenetici e lyrics sincopate, hanno dato uno schiaffo (molto poco morale) ai critici che li avevano rapidamente etichettati come garage band assai grezza pubblicando un disco, Hambug, raffinato e maturo, che aveva fatto emergere un lato del quartetto di Sheffield fino a quel momento inedito. Il successivo Suck it and see non aveva riscosso lo stesso successo: golosa occasione per dare per esaurita la vena creativa di Alex Turner. Troppo in fretta. E con l’ennesimo colpo di coda ecco arrivare nei negozi e nei nostri iPod AM, un semplice acronimo che finalmente zittirà anche i più scettici.

Registrato negli States, AM è un album dalla forte matrice britannica che è difficile incanalare in un genere. Forse perché di generi ne passa in rassegna così tanti, e con tale nonchalance, da non sembrare vero. L’apertura è affidata a una doppietta in stile indie rock che viene direttamente da Whatever poeple say I am, that’s what I’m not e Favourite worst nightmare, primi due lavori in studio della band: Do I wanna know? e R u mine (che già aveva fatto la sua apparizione nel 2012) sono potenti, spinte fino all’estremo senza mai superare il limite. Anche se sono i brani più facilmente riconducibili alle prime scimmie, è chiara fin da subito la profonda maturità artistica raggiunta dal punto di vista dei suoni, che risulterà persino più lampante nelle tracce successive.

One for the road, con la partecipazione di Josh Homme (già produttore del gruppo) dei Queens of the Stone Age alla voce, sembra ripescata dall’armadio della nonna da quanto è vintage, e fa da ponte tra la già citata apertura rock e l’anima seventies di Arabella, nella quale è facile percepire l’influenza di mostri sacri come Led Zeppelin nelle sonorità e Beatles nei testi. Beatles che nella figura di John Lennon aleggiano come una magnifica presenza in uno dei pezzi più belli della carriera del quartetto inglese: No. 1 Party Anthem. Il lento che non ti aspetti è la ciliegina sulla torta della prima metà di AM.

Il Brit style è preponderante in ogni sua forma: indie rock, blues rock, pop…e glam. I want it all suona come il manifesto della Londra glam degli anni ’70, altrettanto decadente e teatrale. Lo stesso si può dire di Snap out of it, che dimostra quanto bene questi giovani d’oggi abbiano imparato la lezione impartita da Mr. Bowie.

Why’d you only call me when you’re high?, primo singolo ufficiale estratto da AM e parzialmente censurato per le sue scene esplicite (come i testi d’altronde: l’immaginario creativo del cantante-chitarrista Alex Turner è sempre forte e immediato) strizza l’occhio al rhythm & blues che impazza nelle classifiche (soprattutto americane) in questo ultimo periodo, sempre mantenendo la propria fortissima componente di stile personale.

Il gran finale è affidato alle mani, pardon alle metafore, di I wanna be yours, pezzo d’atmosfera che ci ricorda quanto l’amore possa essere pratico, il più delle volte.

Gli Arctic Monkeys ci hanno abituati a non dare niente per scontato. Se Hambug ha segnato l’inizio della seconda parte della loro carriera, AM dà il via alla terza. Non sono rock, non sono indie, non sono pop; sono tutto e niente. E con questo album hanno dimostrato di essere una band destinata a crescere e a durare, senza farsi ingabbiare dagli schemi preconfezionati dal music business. Se anche l’ipercritico NME gli ha attribuito un 10/10 vorrà pure dire qualcosa, no????

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Simona Fusetta
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