Permafrost: recensione EP omonimo

Tornano i Permafrost con un EP omonimo. La band turba e incanta con un mix perfetto di energia ed introspezione, il disco profuma di malinconica darkwave ma travolge con la foga del post-punk, strizza l'occhio al goth, ma si contorce negli spasmi del romanticismo estremo.

Permafrost

s/t

(Fear of Music)

darkwave, post-punk

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permafrost-recensione-epA due anni esatti dall’uscita in vinile, i Permafrost, band norvegese-britannica nata a Molde (Norvegia) durante la prima era post-punk, rilanciano sul mercato il loro secondo mini album omonimo in versione digitale.

Registrato agli Overlook Braund Studios di Brooklyn e prodotto dagli stessi Permafrost, l’EP vanta collaboratori di livello internazionale, il mixaggio è affidato ad Erik Braund (Mac DeMarco, A Place To Bury Strangers, Beach Fossils) e Shane O’Connel mentre il master alle sapienti mani di Paul Corkett, già al lavoro con The Cure, Placebo, Sleeper, Strangelove.

Preso il nome da un brano dei Magazine, Frode Heggdal Larsen e Kåre Steinsbu, raggiunti negli anni da Robert Heggdal, Trond Tornes e Daryl Bamonte, debuttano nel 1983 con l’EP Godtment in edizione limitata (50 cassette numerate), seguito nel 2019 dall’EP Permafrost, accolto da critiche molto positive e due anni più tardi da tre singoli di grande impatto che entrano nella Top 5 della Deutsche Alternative Chart oltre a raggiungere il primo posto nella Indie Disko Top40 Chart.

All’interno del lavoro sono incluse solo quattro tracce ma la qualità non manca e dispiace dover abbandonare l’ascolto solo dopo una manciata di minuti, se esiste una pecca in Permafrost va ricercata esclusivamente nella fugacità del prodotto.

La band turba ed incanta con un mix perfetto di energia ed introspezione, il disco profuma di malinconica darkwave ma travolge con la foga del post-punk, strizza l’occhio al goth ma si contorce negli spasmi del romanticismo estremo, il basso portante insieme alle splendide linee di chitarra, gli irresistibili riverberi ed i synth nodali fanno il resto, se ne esce malvolentieri e questo è senza dubbio un punto a favore.

Il brano d’apertura, Sugarcubes, è di quelli che sono solita definire tondo, sotto un rassicurante velo di leggerezza armonica si celano inquietudine e tormento, una potenziale hit, una combinazione perfetta tra la sinistra ariosità dei Joy Division di Love will tear us apart, il pathos di certi Cure e le melodiche in  chiaroscuro dei Jesus and Mary Chain.

https://youtu.be/Wh4bxjc-grY

 

Si cade poi tra le braccia di Kingdom, pseudo ballad dilatata ed avvolgente come una coperta in una rigida giornata invernale, chiudo gli occhi e mi lascio risucchiare dalle note immaginando il pavimento di un fumoso dancefloor liquefatto sotto i piedi di chi occupa la pista costretto suo malgrado a sprofondare nei meandri delle notti più angosciose.

La meno centrata Lifetime Commitment, traccia che non lascia il segno, finisce invece nel riuscito ed inedito mix giapponese di Sugarcubes dove brillano i cori di Tsugumi Takashi e Yoko Sawai.

I Permafrost ci regalano un mini disco davvero piacevole, ben prodotto e per molti versi cinematografico, troppo breve per poter gridare al miracolo ma sufficiente per far salire la voglia di ascoltare un lavoro più corposo che spero non tardi troppo ad arrivare.

https://www.facebook.com/Permafrostofficial

 

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Elisabetta Laurini
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