Peaches: recensione di No Lube So Rude

Dopo oltre dieci anni di assenza, No Lube So Rude segna il ritorno di Peaches: la ragazzaccia non è più una ragazza, ma continua a essere 'accia', tra stilettate techno punk e testi al vetriololo, anche se forse oggi le provocazioni hanno perso un po' di impatto.

Peaches

No Lube So Rude

(Kill Rock Stars)

pop, techno-punk, electroclash, hip hop


Come spesso si dice in questi casi, c’è stato un tempo in cui Peaches sembrava la candidata ideale al titolo di ‘next big thing’.

Un’anonima maestra di scuola elementare canadese che, in età già relativamente avanzata (il primo disco pubblicato alle soglie dei trent’anni), esplose improvvisamente, proponendosi come una discendente del punk al femminile degli anni ’80 e delle ‘riot girl’ dei ’90, il tutto riadattato per il nuovo millennio, tra stilettate electroclash e un’attitudine alla performance e alla provocazione, giocando sull’androginismo e su un’identità sessuale ambigua, anni prima che la ‘fluidità’ e il ‘non binario’ fossero entrati più o meno nel linguaggio comune.

Le cose poi sono andate diversamente: un decennio più o meno sulla breccia, poi un silenzio durato fino a metà degli anni ’10 e la scomparsa dalla circolazione, ad eccezione dell’uscita di un paio di documentari, qualche anno fa.

Finisce così per essere comprensibile la reazione di chi davanti all’uscita abbastanza inaspettata del settimo lavoro di Merrill Beth Nisker (come cita l’anagrafe), può andare dal ‘ma dai?!?!’ al ‘ancora campa???’.

Giunta alle soglie dei sessanta, Peaches ci tiene a ricordarci che è ancora in circolazione, e ancora discretamente incazzata.

Certo, sottolineare l’età di una signora non è granché elegante, ma è probabile che a lei freghi il giusto, ossia zero nel suo caso, che è quello di un artista che tra le altre cose ha sempre sottolineato di non essere disposta a farsi ingabbiare dal passare degli anni.

Il titolo e la copertina ‘appicicaticcia’ di No Lube So Rude suggeriscono del resto che Peaches non vuole certo ridursi al ruolo della ‘zia scapestrata’ che ha messo la testa a posto. Proprio per niente.
La gran parte degli undici brani che compongono questa nuova opera si muovono sulle coordinate di sempre: una serie di frustate elettroniche, un’attitudine interpretativa vicina all’hip hop, l’ombra lunga del punk ad aleggiare alle spalle.

Riferimenti sessuali più o meno espliciti come se piovesse, la libertà sessuale rivendicata con immutato vigore.

Eppure. Eppure, checché ne dica Peaches, il tempo passa e qualcosa si lascia dietro: e allora l’electroclash non è più una novità, le durata  di meno di tre minuti (a volte poco più di due) dei pezzi ormai non è più tanto sinonimo di punk, quanto una sorta di ‘necessità’ per chi si appoggia sulle piattaforme, le provocazioni sessuali nell’epoca di Internet hanno perso gran parte della loro forza, e quindi?

Quindi, alla fine ciò che convince di più in “No Lube So Rude” sono i pochi episodi in controtendenza, quelli in cui si fa strada un approccio un po’ più marcato alla forma – canzone e in cui Peaches si prende una pausa, abbassa il ritmo, sembra fermarsi a riflettere un attimo anziché buttare fuori  tutta e subito la propria virulenza.

Non sarà che ormai la vera provocazione sta nei ritmi lenti e in atteggiamenti più compassati?

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Marcello Berlich
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