Mark Lanegan: recensione concerto di Mestre, Teatro Corso, 19 Novembre 2013

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Mark Lanegan

Mestre (VE), Teatro Corso, 19 Novembre 2013

live report, rock, blues

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marklanegan-recensione-concertoPuò una voce, accompagnata da poche chitarre (tre), un pò di sax e due archi, bastare per intrattenere una platea da tutto esaurito comodamente seduta in poltrona? Sì. Risposta essenziale, come tutto il concerto, che Mark Lanegan, accompagnato dalla sua band e da Duke Garwood, il polistrumentista londinese tanto caro all’ex Screaming Trees e co-autore di Black Pudding, ha tenuto sul palco del Teatro Corso di Mestre (VE) una performance essenziale, nuda, ruvida e profonda, proprio come la voce baritonale inconfondibile, che lo ha consacrato come cantautore indiscusso e dal talento unico.

Lanegan non ha deluso le attese: completo rigorosamente nero, postura di tre quarti sul palco e movimenti pressoché assenti hanno fatto da contraltare ad un’ora abbondante di canzoni e reinterpretazioni sussurrate, sviscerate, in un equilibrio sottile tra blues psichedelico e sinfonie.

When your number isn’t up, dall’album Bubblegum, ha aperto le scene, mentre del penultimo lavoro in studio Blues Funeral sono la tenebrosa The gravedigger’s song e Phantasmagoria Blues. Su Mescalito, dall’ultimo album, i due archi lasciano spazio a due percussioni che dettano il tempo alla voce di Mark.

Nella seconda parte l’atmosfera si tinge di sfumature colorate grazie ad alcune cover tratte da Imitations, il nuovo lavoro pubblicato a settembre in questo prolifico 2013 laneganiano, tra cui Mack the knife, Preety colours di Frank Sinatra, You only live twice di Nancy Sinatra e Solitaire. Il termine cover risulta piuttosto riduttivo vista la carica interpretativa di Lanegan. La scia più leggera della performance include anche una bellissima versione di Satellite of love, omaggio a Lou Reed recentemente scomparso.

Poche parole per il cantautore americano, che si congeda per qualche minuto per poi rientrare sul palco accompagnato dal solo Jeff Fielder, chitarra solista, per una bellissima Halo of Ashes degli Screaming Trees, interpretata magistralmente dal chitarrista. Scarni saluti e Mark se ne va nell’oscurità del teatro.

Come rompere la profondità del momento? Facile, con la tecnologia. Alla poesia di archi, chitarre e voce, a cui il buio praticamente pesto della sala regalava quell’atmosfera tetra tanto cara a Lanegan, si sono contrapposti qua e là luminosissimi smartphone dai flash abbaglianti, anche se il top è stato scovare qualche sperduto spettatore intento a interrogare Shazam, nel tentativo (fallimentare) di capire cosa mai stesse interpretando il losco figuro sul palco.

 

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