Marco Giudici: recensione di Trovarsi soli all’improvviso

Il secondo album di Marco Giudici riesce a dare forma concreta al desiderio del cantautore di combinare leggerezza e gravità come necessaria e liberatoria forma espressiva.

Marco Giudici

Trovarsi soli all’improvviso

(42 Records)

canzone d’autore


Parallelamente a un percorso da musicista e produttore, Marco Giudici ne affianca uno da cantautore: a cinque anni dal suo album esordio vede così la luce Trovarsi soli all’improvviso, nove tracce (di cui due strumentali) che parlano di perdita e distacco, cercando di trovare il giusto equilibrio tra gravità e leggerezza, due facce di una stessa medaglia che sono necessarie e liberatorie.

In questo nuovo lavoro, l’artista ha guardato in faccia le sue paure, proprio per renderle meno spaventose, per riuscire a lasciar andare alcune parti di sé. Nei suoi pezzi ha affrontato il dolore, la solitudine e la fragilità, mettendo a nudo le sue cicatrici e permettendoci di riconoscerlo come un’anima affine.

Ma non è l’angoscia il sentimento imperante, bensì la voglia di farcela e il coraggio di cambiare. E questo si riflette anche nella musica, in certi momenti più onirica e sognante (come nei brani strumentali), in altri più intima ed elegante.

Tutto in questa produzione ruota intorno a un unico fil rouge: il bisogno di creare armonia tra la profondità delle liriche e il bisogno di leggerezza. Per farlo, niente è lasciato al caso: dalla scelta degli strumenti a quella degli arrangiamenti, Marco Giudici centra l’obiettivo di ancorare l’elemento sonoro alla realtà per fare da contraltare all’atmosfera eterea generale.

Trovarsi solo all’improvviso è un album semplice ed elegante, curato nei dettagli ma diretto, che entra in punta di piedi nella vita dell’ascoltatore per affascinarlo con una struttura schietta capace di profonda empatia e con sonorità che sono un balsamo per questi tempi incerti.

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