Marco Giongrandi: recensione di When Birds Call in the Darkness

Tra folk, pop e suggestioni notturne, Marco Giongrandi torna con un disco intimo e luminoso, capace di raccontare silenzi, attese e orizzonti interiori.

Marco Giongrandi

When Birds Call in the Darkness

(Costello’s Records)

folk, pop


È un gradito ritorno quello di Marco Giongrandi con il nuovo album When Birds Call In The Darkness, pubblicato per Costello’s Records. Il cantautore milanese – chitarrista, banjoista e diplomato in conservatorio jazz – è da anni coinvolto in numerosi progetti di respiro internazionale (Hendrik Leasure, Warm Bad, Kettle of Kites, Martha Moore, Dear Uncle Lenni, ANK, tra gli altri), confermandosi una figura poliedrica e trasversale della scena indipendente.

L’album si apre con Maria and the Sea, brano tinteggiato da trame acustiche che rimandano al New Acoustic Movement dei primi anni Duemila, con echi alla Bon Iver o Turin Brakes. Arpeggi delicati sorreggono una voce calda, che intona una melodia leggera dal sapore quasi solfeggiante.

L’introduzione di We’ll Be Leaves richiama il suono di un mandolino dal gusto vagamente barocco, prima che la voce entri a guidare il pezzo. Le atmosfere si fanno rarefatte e luminose, con il battito delle mani a scandire un appoggio ritmico essenziale e naturale.

Con  Nightwalk emergono sfumature sperimentali: un suono simile a un synth e un drumming leggero accompagnano il timbro caldo del cantante. Il momento più suggestivo arriva con l’ingresso del tremolo di chitarra, che spalanca il brano a una dimensione quasi ambient, sospesa e notturna.

In  Long Wait la melodia si fa più trattenuta, quasi pizzicata. L’arrangiamento chitarristico segue con precisione le cadenze vocali di Giongrandi, mentre il clima si scalda nel ritornello, evocando immagini notturne e desertiche, come un ascolto sotto un cielo stellato, accanto a una tenda nel silenzio.

Graveyeard si apre con un playing dal sapore western, che si distende poi in un andamento più arioso, sorretto dal pianoforte appena accennato. L’atmosfera rimanda a un certo american folk alla The White Buffalo, fino a un finale arricchito da un fill di batteria dal gusto quasi jazzato.

Il disco si chiude con Those Things, brano delicato, avvolto negli arpeggi di chitarra, che racchiude idealmente l’essenza dell’intero lavoro: una scrittura intima e naturale, collocata dentro un folk-pop raffinato e in continua evoluzione.

Nel complesso, When Birds Call In The Darkness si rivela un lavoro maturo e ben riuscito: un equilibrio convincente tra folk, pop e country, che non perde mai di vista la cifra autoriale di Giongrandi, oggi di stanza a Bruxelles. Un disco che respira, sincero, e che rappresenta senza dubbio una boccata d’aria fresca nel panorama musicale nostrano.

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