Leva: recensione di Zero

Leva (aka Leonardo Cannatella) alla seconda prova in studio. Ben radicato nella neo-psichedelia, Zero, è un'affascinante impasto di florido post-punk e incantevoli melodie.

Leva

Zero

post-punk, new wave, shoegaze

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A tre anni di distanza da Mura Domestiche, Leva, progetto solista di Leonardo Cannatella (gìà voce e chitarra dei BeStrass e batteria nei Black Veils) torna con Zero, album avvolgente e straordinariamente intenso.

Siamo a Bologna, anno 2016, Leva si esibisce nei locali più importanti della città suonando droni di chitarra onirici con riverberi infiniti, quando il mood cambia a favore di composizione più classiche il progetto si espande includendo voce, basso e batteria, il debutto avviene nel 2020 con l’EP Mura Domestiche, una vera e propria rispolverata di new wave la cui bellezza viene impreziosita da testi romantici, riferimenti biblici e la lodevole decisione di devolvere l’intero incasso alla Fondazione Ospedale Policlinico Sant’Orsola di Bologna.

Leonardo in realtà non si è mai fermato, nemmeno di fronte a vari cambi di line-up,  una convalescenza e la maledetta pandemia causa di un rallentamento mondiale di tutte le produzioni artistiche, Leonardo ha continuato a scrivere e a credere nel suo progetto tanto da ripartire, adesso, da Zero.

Il titolo, scelto per rappresentare l’inizio di un nuovo percorso, viene ampiamente sottolineato dalla copertina nebulosa che fa pensare ad una sorta di universo primordiale, uno spazio gassoso e oscuro senza elementi definiti perché tutto deve ancora venire.

“Zero” racconta Leonardo “mi sembrava il numero più adatto per la ripartenza, la fine dei Bestrass mi ha forzatamente spinto a chiudere un capitolo e ad iniziarne subito un altro adattandolo ad una dimensione minimale. Dico minimale perché da 4 componenti quali eravamo, siam passati a tre, poi a due per diventare infine una one man band”.

Arido, oscuro, a tratti perfino ostile l’album diventa arioso in occasioni straordinarie come  Crown, brano spartiacque non a caso posto al centro del delirio (come lo chiama lui), che  ossigena a sufficienza il lavoro d’insieme .

Si parte con il ritmo serrato e ossessivo di Zero Etica I legata a doppio filo con Zero Etica II, la scelta di esprimersi in italiano riflette l’urgenza di farsi capire anche attraverso il linguaggio, due brani profondi, riflessivi volti a raccontare lo status della società nella quale viviamo e alla stretta relazione con lo status di ciascun individuo.

Doppia versione anche per Vana Gloria I e II, la prima avanza su una struttura rigida e sufficientemente marziale sorretta da cassa dritta, chitarra asciutta e un synth-bass arpeggiatore, il suono è cupo, a tratti asfissiante intensificato dal testo pregno di significato mentre la seconda si muove su territori più dreamy grazie alle magnifiche chitarre sognanti e alla batteria acustica capace di mutarne l’intenzione e la dinamica.

Poi arrivano i due pezzi forti della collezione, i singoli apripista, le hit per eccellenza, parlo della già citata Crown e della mia preferita, Trial, avviluppata in un turbine di spirali concentriche fatte di delay, riverberi assassini e una voce che spacca, Trial è un vero e proprio viaggio psichedelico, basta chiudere gli occhi per ritrovarsi a rincorrere un orizzonte che sposta di volta in volta il proprio confine, in uno spazio smisurato grondante di luce.

Zero è un disco da divorare in un sol boccone, un disco emozionale, a tratti labirintico ma estremamente liberatorio, bentornato Leva, ci sei mancato.

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