Intervista ai Balmorhea. Texani e italiani? Sono strettamente connessi. E forse non lo sanno

Siamo all'Init di Roma per il concerto dei Balmorhea. Il loro Stranger ha determinato un certo cambio di rotta nella loro musica, ma poco prima della sua composizione la band era praticamente sciolta. Ci siamo fatti raccontare questo e tanto altro da Rob Lowe, uno dei due titolari del brand Balmorhea

Intervista a Rob Lowe, Balmorhea

Siamo all’Init, in una meravigliosa serata del tiepido (quasi caldo) ottobre romano. Stasera suoneranno i Balmorhea, di casa sia in Italia sia a Roma. Il loro Stranger ha determinato un certo cambio di rotta nella loro musica, ma poco prima della sua composizione la band era praticamente sciolta.

Ci siamo fatti raccontare questo e tanto altro da Rob Lowe, che in condominio con Michael Muller è titolare del brand Balmorhea.

Per dovere di cronaca, ma anche per piacere personale, vi raccontiamo che il concerto è stato intenso, emotivo ed emozionante, suonato alla perfezione, salutato da un pubblico folto e che ha dimostrato di gradire ed apprezzare. Dal mio punto di vista, le canzoni più vecchie hanno mostrato, a stretto confronto con quelle di Stranger, una capacità di comunicazione maggiore di quelle nuove, che invece sfruttano una maggiore semplicità per arrivare direttamente al punto senza troppi fronzoli. La magia vera, però, arriva nei brani in cui Rob suona il pianoforte. In quei momenti i visi di tutti, il mio compreso, si allargano in sorrisi prodotti da un vero e proprio stato di beatitudine.

 

RockShock. Ho provato a definire la vostra musica come post-rock con influenze neoclassiche. Sei d’accordo?

Rob Lowe/Balmorhea. Questa è una domanda a cui trovo sempre difficoltà nel rispondere e sono solo parzialmente d’accordo con la tua definizione. In realtà noi suoniamo stili di musica molto differenti tra loro, ma tutti con lo stessa passione con lo stesso stato d’animo. I nostri primi due album (l’omonimo e Rivers Arms) probabilmente sono riconducibili al folk e alla musica acustica in generale; Constellations è quasi un disco di musica da camera, mentre l’ultimo – Stranger – è un disco pieno di influenze pop e rock. La nostra estetica non ha una direzione precisa e la nostra musica cambia spesso, così… è difficile incasellarla in un genere. Alcune canzoni sono decisamente post-rock, ma tante altre non lo sono.

RS. A questo punto prova a descriverci come suona Stranger, il vostro ultimo disco.

RL. Stranger è stato molto influenzato dal fatto che ormai ci segue sempre, sia in studio sia dal vivo, un batterista che abbiamo conosciuto in Francia. Lui definisce la nostra musica come una colonna sonora per i sogni. E io sono d’accordo con lui. In Stranger ci sono un sacco di suoni ed atmosfere diverse, a volte rilassate, a volte tese, spesso dilatate, ma sempre pronte ad esplodere con energia rock. Proprio come accade nei sogni. Il sound è ovviamente influenzato dalla nostra formazione: siamo in sei e ci alterniamo a batteria, basso, chitarra acustica, chitarra elettrica, ukulele, piano, contrabbasso, violoncello, violino e sintetizzatori. E quindi… le parole in questi casi sono sempre insufficienti, l’invito è ad ascoltarlo.

RS. Se cerco il vostro nome su Allmusic.com, tra le band stilisticamente a voi correlate mi suggerisce anche i Sigur Ros. Che ne pensi? Io dal mio punto di vista percepisco loro come strettamente nord-europei e voi come riconoscibilmente americani, oltre che meno eterei.

RL. Tutto sommato l’assimilarci come genere ai Sigur Ros lo trovo corretto. Stilisticamente siamo molto diversi, ma entrambi componiamo colonne sonore per i sogni, anche se noi siamo meno epici di loro. Entrambi siamo aperti a tantissimi tipi di influenze diverse, che arrivano da ogni direzione e che siamo pronti ad accogliere. In senso più stretto, facciamo cose diverse, noi assorbendo anche elementi dalla musica popolare americana e loro con un senso di “grandiosità” che noi non abbiamo.

RS. Credo che entrambi siete molto cinematici, anche se in maniera diversa. Le band che arrivano dal Texas in Italia hanno un po’ tutte questa caratteristica, mi riferisco ad esempio agli Explosions in the Sky. E’ per via dei paesaggi del Texas? Da qui, anche se sappiamo che sono Stati diversi, ne abbiamo un’idea come quello che si vede nella serie Breaking Bad.

RL. Sì, più o meno. Io sono cresciuto nella parte Ovest del Texas, piena di grandi spazi aperti per lo più desertici. Sicuramente questo senso dello spazio enorme e sconfinato è finito nella nostra musica, che sento come strettamente americana e strettamente texana, anche se vuole comunicare sentimenti universali.

RS. So che tu e Michael ormai vivete a migliaia di chilometri di distanza. Come è stato composto Stranger?

RL. In realtà era così e ora non lo è più. Michael s’è trasferito per un po’ di tempo a New York, ma ora è tornato a casa. Stranger è stato essenzialmente scritto da me. E’ successo che circa un anno fa, dopo un lungo tour, molti musicisti della band hanno cercato altre strade, chi trasferendosi a Seattle, chi a Chicago e chi altrove. Di fatto i Balmorhea erano sciolti. Stranger è stato composto in modi diversi in un periodo di tempo piuttosto lungo. Per alcune canzoni io e Michael ci siamo scambiati dei file via Internet, altre invece sono partite da materiali scritti da me e poi completati insieme in studio. In verità la maggior parte dei brani di Stranger è nata proprio in studo. Ma l’importante è che ora la band è riunita e siamo tornati insieme a fare musica.

RS. E in concerto? C’è spazio per l’improvvisazione?

RL. I brani sono tutti scritti e preparati in anticipo e si ripetono quasi identici sera dopo sera. All’interno delle canzoni, però, ogni musicista trova sempre il modo di inserire qualcosa di personale, più che altro nel modo in suona quella particolare sera più che per quello che suona, che invece è stato deciso prima. Nessuna improvvisazione nel senso usato nel jazz, ma ci piace intendere le canzoni come delle cornici (quindi uno spazio chiuso e delimitato) in cui i singoli musicisti possono esprimersi.

RS. Venite abbastanza spesso a suonare in Italia. Che tipo di legame avete col pubblico italiano?

RL. Ci piace molto suonare in Italia. Siamo convinti – e questo è un aspetto che credo gli italiani ignorino – che ci sia una specie di connessione tra gli italiani e i texani, una sorta di affinità nel modo di “sentire” le cose che rende per noi speciale suonare qui e che a voi fa piacere la nostra musica. Ovviamente ci piace venire in Italia per il cibo e per il vino, ma soprattuto perché il pubblico è sempre molto caldo e riceve immediatamente la nostra musica.

RS. Può darsi che la connessione di cui parli sia determinata dall’amicizia tra Bush e Berlusconi?

RL. (grasse risate) Certo! Dal Bunga Bunga.

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Massimo Garofalo
Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock. Parola d'ordine: curiosità. Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)
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