Harry Stafford: la recensione di Gothic Urban Blues

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Harry Stafford

Gothic Urban Blues

(Black Lagoon Records)

urban blues, indie-folk

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Harry Stafford- la recensione di Gothic Urban BluesImmaginatevi all’interno di una cadillac scassata, da soli, con una sigaretta accesa e la strada che scorre sotto le ruote. Immaginate di vivere in una città qualsiasi, tentacolare e spesso ostile, sostare brevemente sotto la casa di qualcuno e sbirciare attraverso una finestra semi aperta, catturare le immagini e ripartire per fermarvi ancora e ancora.

Immaginate poi di sputare dagli occhi ogni fotogramma acquisito ed assemblarlo in un caleidoscopio di storie comuni, di drammi profondi, di segreti inespugnabili e squarci di felicità infinitesimale. E’ proprio qui che vi apparirà chiaro il tessuto concettuale di Gothic Urban Blues, il nuovo album di Harry Stafford che racchiude 10 tracce oscure e fumose, racconto urbano tradotto in blues punk-piano o se volete blues bar.

L’evocativo storytelling con il piano in costante evidenza, le chitarre a volte spigolose, la voce appassionata di Stafford, il corno e la tromba che addolciscono il suono, partoriscono una vibrazione emotiva fortemente cupa ma lontana dall’oppressione, una sorta di goth urbano vicino alle produzioni di Nick Cave ma anche di Tom Waits. Il racconto della Metropolis, la città nuda, l’espansione urbana e la necessità di camminarne di nuovo le strade tortuose quando ne sei lontano.

Presentato in anteprima dai singoli She just blew me away e Painted ocean (l’oceano,  una volta splendida creatura vivente ridotto ormai a discarica), mixato e progettato da Ding Archer (The Fall, PJ Harvey) nel suo Studio 6Db a Salford e coprodotto da Archer e Harry Stafford, Gothic urban blues è dichiaratamente ispirato alle riflessioni di artisti jazz e blues come Mose Allison e Hoagy Carmichael.

Harry Stafford è meglio conosciuto come fondatore, chitarrista e cantante della band gothic post-punk Inca Babies con la quale ha consumato buona parte della sua carriera suonando in tutto il mondo, ma nel 2015, dopo 35 anni, Stafford si è fermato a riflettere ed ha deciso di mettersi in proprio scrivendo qualcosa di totalmente diverso. La sua nuova band, Guitar Shaped Hammers, include il batterista Rob Haynes (The Membranes, Inca Babies), il trombettista Kevin Davy (Lamb, Cymande), il chitarrista Nick Brown (The Membranes) e Vincent O’Brien alla chitarra slide Weisseborn.

She just blew me away apre le danze con un blues iper classico impreziosito da una sezione fiati superlativa, sofferta e rovente.

Cruel set of shades allenta maggiormente il passo, l’incedere è molle, indolente, sembra di vivere una scena pomeridiana di tedio profondo, cappello a coprire il volto di chi sonnecchia all’ombra di un grosso albero frondoso con i riflessi azzerati.

La title track gira tonda, il respiro smaccatamente jazz è il protagonista assoluto insieme ai testi descrittivi e cupamente poetici di Stafford.

Painted ocean profuma di whiskey e tabacco, un valzer urbano avvolgente che abbraccia  con dolore e meraviglia crepuscolare mentre Infinite dust è intrisa di dolce e malinconica tristezza.

Black rain è la mia traccia preferita, cadenza funerea come preludio alla tragedia , arrangiamento sublime, la chitarra languida è quasi un grido di dolore, la commozione è inevitabile. Il video a corredo descrive in modo preciso lo stato d’animo che si respira tra le note; un club, un live e la pioggia osservata dai vetri, lenta e costante, in una bolla ovattata di spleen.

Sideways shuffle e Man in a bar sono due sostanziose fette di blues accese da ombre gotiche prodotte dalla luce di una lampada che vìola gli angoli delle strade più buie, suggestione contagiosa e splendidamente evocativa.

Chiudono Disappearing e Into the storm, la prima rimanda alle ballad più illuminate di Tom Waits mentre l’altra gigioneggia in un mid tempo orchestrale denso e compatto.

Gothic Urban Blues è un disco che smuove sentimenti sopiti, quieta e appaga, culla e tormenta, risveglia processi mentali apparentemente sepolti.

Consigliato agli amanti del blues, agli estimatori del jazz contaminato ma soprattutto a chi non si ferma davanti ai cliché.

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