Giorgio Canali e Rossofuoco: la recensione di Venti

Ai tempi della pandemia, Giorgio Canali e i Rossofuoco con Venti raccontano questi giorni di paure, indifferenze, emozioni attraverso un doppio album intenso, forse il più bello della sua carriera.
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Giorgio Canali e Rossofuoco

Venti

(La Tempesta)

alternative rock, canzone d’autore

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Per chi ha seguito le opinioni di Giorgio Canali sui social durante questi mesi di pandemia, questo nuovo album con i Rossofuoco chiamato Venti è indubbiamente un manifesto su questi giorni di lotta al Covid, di restrizioni della libertà, di dolore e di domande da porsi. Certo non tutto il disco parla di questo avvenimento epocale, ma le storie, le riflessioni, le canzoni pubblicate in questo ultimo lavoro hanno dei riferimenti ben precisi dato che Giorgio e la sua band hanno iniziato questo progetto proprio all’indomani del primo lockdown.

Le venti canzoni di questo doppio album sono state costruite negli appartamenti di Bassano del Grappa, Miami, Carbonia, Roma e Bologna, i luoghi dove i nostri musicisti hanno iniziato l’isolamento. Una novità doversi confrontare utilizzando solo la Rete, e per Giorgio scambiarsi i file è stata una necessità per continuare a scrivere musica, analizzando nel frattempo quanto stava accadendo nel mondo, leggendo le persone, scavando nell’animo, constatando un popolo fuorviato dai media e tirando fuori un brano dietro l’altro sull’onda delle emozioni e delle riflessioni.

Nell’insieme Venti è una lezione d’autore delicata e meditativa, con testi diretti e scontrosi, in cui Giorgio racconta, a inizio album con Eravamo Noi, del suo 1983 “indecisi fra il vestirsi a modo e il Che sulla maglietta, con le nostre vite di merda e le comete per endovena”. Inquadrando già alla terza canzone, Nell’Aria, il mondo di oggi, trasformato dall’emergenza sanitaria dove ci sono “50 milioni di cervelli lavati e stesi ad asciugare, di guardia sul balcone”, fotografando gli italiani barricati nelle case seguendo precise istruzioni.

In questo Grande Panico Globale, come lo definisce Giorgio, l’altro aspetto su cui si è voluto semplicemente giocare è stato inserire delle citazioni musicali in ogni canzone, basti ascoltare in Come Quando Non Piove Più dove riaffiorano le donne cantate da De Gregori, Venditti, Guccini, Vecchioni, o la Bella Ciao in Circondati e l’autocitazionismo in Meteo in Cinque Quarti con quel “E adesso piove, guarda un po’ che cosa porta il vento: un’altra canzone di merda con la pioggia dentro”.

Canali non è un negazionista ma contesta il “bluff di regime” (Wounded Knee) che secondo lui ha dettato regole talvolta incoerenti, costringendo la gente a seguirle lasciando solo “La libertà di essere schiavi, la Serie A che ricomincia a giocare, la rivoluzione con cappelli nuovi… come si fa a non vomitare” come cantato in Tre Grammi e Qualcosa per Litro. Canzone Sdrucciola riassume il suo pensiero su quanti saltano all’amo che “chissà perché lo meriti che ci trattino da stupidi e se non ci arrivi da solo, fottiti”, mentre in CDM sorride cinico su “Troppe panchine piene di gente che stava male, chissà se adesso sta bene, ciao ciao panchine. Troppa gente che affronta la vita in tenuta da combattimento, davanti a un pozzo dei desideri poi ci si butta dentro”.

Strumentalmente Giorgio Canali e i Rossofuoco proseguono le arie e le liriche di Undici Canzoni di Merda con la Pioggia Dentro, questa volta con chitarre meno rumorose salvo episodi come Inutile e Irrilevante, dove vedo già sotto il palco mani alzate col dito puntato, e Raptus con il suo andamento tra la chitarra busker e i riff elettrici surf rock.

O brani vivaci che sono schiaffi in faccia come in Dodici dove Giorgio canta “La tua libertà fatta di smart tv, telecomando, divano e mutande, tu fai quello che ti dicono e non ti fai domande” e in Circondati insinua che “Non ti accorgi che siamo noi i nostri peggiori nemici. E se ti guardi intorno: tanti schiavi felici”.

Rispetto a questi pezzi citati, le distorsioni acuiscono comunque nelle ballate più intime, nostalgiche o disilluse che sono sparse in questo doppio album, dalla bellissima Acomepidì (“L’amore che sopporta distanze infinite, l’amore che diventa opprimente, l’amore che hai preso mille volte a testate, l’amore che ti frega sempre”) al primo singolo Morire perché (“Morire per te che nemmeno ricordi la prima volta che mi hai baciato, se mi hai amato o non mi hai amato, noi due in un campo minato”) e ci viene suggerito che bisogna essere consapevoli che l’amore farà un male cane, ma bisogna comunque superare il dolore quando in Rotolacampo canta “quanto tempo ci vuole per far nascere un amore, quanto tempo per ucciderlo e poi dimenticare? C’è un tempo per amare, un tempo per star male, ora è tempo di andare”.

Venti è un gran bel disco, rammaricato e incazzato, disilluso verso le persone incapaci di reagire o almeno disposte a farsi delle domande, ma anche un album pieno di amore, di quelli ormai andati ma che ci lasciano un vuoto incolmabile, e dobbiamo amare prima di tutto noi stessi.

Poeta incazzato ed ebbro di emozioni, lo sguardo cinico e da sempre dissidente contro uno Stato che non vuole assecondare, Giorgio Canali è capace di raccontartela senza peli sulla lingua perché la sua non è la verità, ma semplicemente un modo di vedere le cose guardandole da una diversa angolatura, ed è quello che chiede. Se lo capisci, bene, altrimenti fottiti.

Facebook: Giorgio-Canali

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Luca Paisiello
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