Fringuello: recensione di Déjàvu

Quello di Fringuello è un album onirico e introspettivo che sembra uscire dal baule della nonna, ma che proprio per questo porta con sé piacevoli sorprese.

Fringuello

Déjàvu

(MiaCameretta Records/Fringuello Dischi)

folk, pop, psichedelia

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Lorenzo Fringuello è sempre stato affascinato dall’analogico, tanto che il primo album del suo progetto Fringuello è nato proprio grazie a un registratore a 8 tracce nel soppalco di un negozio di dischi, con l’intenzione di ricreare un suono caldo e autentico. Una fascinazione, questa, che è diventata il suo tratto distintivo e che trova sfogo anche in Déjàvu, secondo lavoro della band di Terni.

Come si può facilmente intuire dalle premesse, Déjàvu è stato realizzato su nastro con una strumentazione analogica e questo a mio avviso è già un grandissimo plus, perché ha regalato a ogni singola traccia un suono e un calore unici. Complici anche le influenze che lo permeano: la musica degli anni ’60 che si fonde con le ispirazioni degli anni ’90, con un fondo di psichedelia che pervade un folk/pop pensato principalmente (ma non solo, aggiungerei) per la dimensione live. Il tutto registrato senza l’uso di alcuna componente digitale, in modo da risultare il più vero e spontaneo possibile.

I brani, tutti più o meno della stessa durata, danno vita a un viaggio sonoro onirico e introspettivo, nei quali i testi scorrono seguendo la musica fino a diventare un tutt’uno, coinvolgendo chi ascolta al 100% in questo processo che va al di là del semplice ascolto, trasformandosi in una sorta di catarsi.

Basterà lasciarsi cullare dalle chitarre carezzevoli, dal basso avvolgente e dalla magia del piano per vivere un’esperienza che sembra uscita direttamente dal baule della nonna, in apparente contrasto con questi tempi moderni, ma che è ben lungi dall’essere polverosa e stantia.

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