Flyying Colours: recensione disco omonimo

Gli australiani Flyying Colours in Italia sono - purtroppo - ancora un segreto ben custodito. Il loro ultimo omonimo disco è per gli amanti dello shoegaze più psichedelico, ma riserverà sorprese anche ai più curiosi in generale.

Flyying Colours

s/t

(Poison City)

shoegaze

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Gli australiani Flyying Colours in Italia sono – purtroppo – ancora un segreto ben custodito.

E invece…

E invece la loro miscela di shoegaze, pop e psichedelia fa davvero scintille.

In giro ormai da una decina d’anni e con all’attivo una manciata di EP e 3 album, questo omonimo compreso, probabilmente pagano pegno per una attività live concentrata soprattutto nella natia Australia e in Gran Bretagna.

È un vero peccato: i loro reverberi gettati a palate su un drumming perfetto, riff abrasivi e tastiere mai invasive sono lontani dalle band fotocopia che impestano lo shoegaze.

I Flyying Colours osano e lo fanno spesso e volentieri, cercando sia di rispettare la “tradizione” di band come Slowdive (soprattutto presi a modello per l’alternanza di voce maschile e voce femminile) o manifestando lo stesso amore per i feedback dei My Bloody Valentine, e sia cercando di rinnovare il genere infettandolo di un senso di libertà che li fa uscire spesso e volentieri dai canoni del genere, pur lasciandolo riconoscibile.

Sarebbe un vero peccato lasciarseli scappare.

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Massimo Garofalo
Massimo Garofalo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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