Florian Grey: recensione di Ritus The Instrumentals

Questo esperimento goth dei tedeschi Florian Grey dal titolo Ritus – The Instrumentals ha la rara capacità di sorprendere.
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Florian Grey

Ritus The Instrumentals

(Echozone)

goth

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Florian Grey - Ritus The InstrumentalsSe è vero che in ambito musicale ed artistico le scelte coraggiose devono essere premiate a prescindere per il solo fatto di non percorrere sentieri comodi e già tracciati, è altrettanto vero che questo esperimento dei tedeschi Florian Grey dal titolo Ritus – The Instrumentals ha la rara capacità di sorprendere.

Senza girarci troppo intorno, posso dire di essermi avvicinata al disco con un pizzico di prevenzione e mi sono dovuta ricredere da subito, la voglia di ascoltare quel che sarebbe avvenuto una traccia dopo quella riprodotta dal mio impianto ha lavato via ogni dubbio.

Così, con le orecchie ed il cervello connessi, scevra da qualsivoglia pregiudizio, mi sono lasciata avvolgere dalle 12 tracce presenti nel full lenght, in una sorta di viaggio multimediale dettato solo dallo scandire delle note.

Ritual – The instrumentals riassume più o meno lo stesso concetto sonoro espresso due anni fa con il Ritual completo di parole, scagliate dalla voce baritonale di Florian, la scelta di elidere il cantato asciugando non di poco la trama iniziale avrebbe potuto far sbadigliare di noia profonda, un disco strumentale è una scommessa abnorme, ed invece paradossalmente il risultato appare quasi perfetto, talmente centrato che sembra abbia visto la luce proprio in questa particolare veste.

Una singolare  amalgama di generi che spaziano dal dark rock al synth pop dei migliori anni ’80 attraverso barricate di power metal contrapposte alla soavità di alcuni paragrafi votati ad un post rock moderno è il mood predominante.

Le galoppate a perdifiato, intense e possenti verso le vette più aspre e ombrose di Until We Go Down, My Babylon e Relief trovano quiete nella straordinaria dolcezza di ballad illuminate da cento soli come Bereft e A Cold Days Night, lasciandosi poi incantare dai canti di sirena generati da Paraphrase ed infine cullare dall’incanto post rock di Glimmer.

Il piacere sconosciuto di Unknown Pleasure (i Joy Division ne parlavano al plurale, mi piacerebbe saperne di più sulla scelta del titolo) lo ignorerò sempre ma riconosco chiaro un legame a doppio filo con i dettami classici del più puro post punk, la chiusura infine è affidata alla solenne ed onirica Catharsis con una coda lunghissima che sembra non dover mai finire, tra spire di archi concentrici, mulinelli di voci gravi e sospiri repressi in una lenta dissoluzione, graduale ed inquieta.

Questo disco è una sorta di compendio fine vita nel quale si sovrappongono i momenti imprescindibili dei quali vorremmo ancora essere protagonisti, fosse solo per un ultimo istante dilatato all’eccesso.

Ritus – The Instrumentals è una lente di ingrandimento sulle emozioni che, come i Florian Grey ci insegnano, non sono necessariamente legate alle parole.

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Elisabetta Laurini