FFS: Franz Ferdinand and Sparks

Una di quelle collaborazioni che “non puzza”, quella tra gli scozzesi Franz Ferdinand e gli statunitensi Sparks. L’album omonimo sancisce un connubio che si spera destinato a durare

FFS (Franz Ferdinand and Sparks)

FFS

(Domino)

Indie rock, glam rock

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Non chiamateli supergruppo. Troppo schivi e ironici per prendersi davvero tanto sul serio. E in un certo senso non sono un supergruppo, ma un gruppo completamente nuovo. Mettete insieme gli scozzesi Franz Ferdinand, band indie rock con all’attivo quattro album (il più recente Right Thoughts, Right Words, Right Action risale al 2013), e gli americani Sparks, duo glam rock sulle scene dagli anni ’70 del secolo scorso e considerato pioniere del genere, e il risultato sarà una collaborazione artistica col botto, non una di quelle che “puzzano”, come sostiene Alex Kapranos, belle a livello di intenti ma con poca sostanza. Per averne la conferma, basta ascoltare l’album omonimo FFS, l’acronimo dietro al quale si celano le rispettive iniziali (e forse anche un’espressione slang abbastanza colorita, ma gli interessati non hanno mai né smentito né confermato).

L’intento delle due formazioni sin dal 2000, anno a cui risalgono i primi abbozzi di brani insieme, non è quello di creare semplicemente un mix tra i propri generi, ma quello di dare vita a un suono nuovo, che non sia né Franz Ferdinand né Sparks. E direi che ci sono perfettamente riusciti, perché le dodici tracce contenute in FFS (16 nella versione deluxe) non sono riconducibili esclusivamente né all’uno né all’altro. Potrete sentire le chitarre e lo stile tipici del quartetto di Glasgow in Dictator’s son e Police encounters e il synth pop ballabile dei fratelli Mael in Piss off e So desu ne, ma nel complesso è difficile stabilire chi ha apportato cosa a questo esperimento. Di sicuro i testi sono una geniale sintesi di spirito e originalità, come dimostra ad esempio Collaborations don’t work. All’inizio di questi 7 epici minuti in bilico tra rock e operetta, Kapranos canta “Collaborations don’t work…I’m gonna do it all by myself”. L’ironia è chiaramente non solo la chiave delle composizioni di questo sestetto, ma soprattutto l’essenza della loro natura.

FFS è l’indie rock che incontra il glam, è vintage senza esserlo davvero, è contemporaneo pur ripescando sonorità del passato. Pezzi ballabili si alternano a mood più malinconici, marcette militari si aprono in declamazioni folk cantautorali. Le voci si avvicendano e compenetrano alla perfezione, in una sorta di stream of consciousness musicale mai artefatto e sorprendentemente naturale.

Come per tutto ciò che nasce collateralmente a un gruppo, anche questa nuova realtà è destinata a fare proseliti tra i rispettivi fans, come a far storcere loro il naso. Quello che accomuna Franz Ferdinand e Sparks è, alla base di tutto, la voglia di restare aperti a nuove influenze, di non far sprofondare la loro carriera nella monotonia esclusivamente per accontentare il cosiddetto zoccolo duro. Che ne sarà degli FFS questo non è dato saperlo. Per ora, accontentiamoci di vederli on stage in questa estate che li vedrà in giro per i festival europei.

 

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Simona Fusetta
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