Eels: End Times

In End times i passaggi acustici minimalistici e la forte limitazione degli accordi ritmici supportano alla perfezione le immagini sofferenti che vengono prodotte dal genio di Mark Everett (anima del progetto), lasciando un profondo senso di desolazione circostante

Eels

End Times

(Cd, V2)

blues, country, folk

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Dopo aver trascorso ben 4 anni alla creazione dell’album Hombre Lobo (pubblicato nei primi mesi del 2009), Mark Everett (alias E) è riuscito a produrre questo nuovo album, End Times, contenente ben 14 tracce, in soli 7 mesi. Ma, fin dal primo ascolto, è facile intuire che non si tratta di una raccolta di B-side. End times è un album dai forti tratti riflessivi e dalle sonorità minimaliste; è il progetto più personale del cantautore, che narra del proprio stato interiore, costruito nel corso degli anni sulla morte progressiva dei parenti e sul divorzio dalla moglie: end times è un racconto di come sia facile morire in un mondo che muore ogni giorno di più, un racconto su un uomo che perde le emozioni positive in un mondo dove i valori umani svaniscono.

L’album si apre con The beginning, un brano che denota come l’amore riesca ad essere facilmente dimenticato da quelle che sono le vicissitudini della vita quotidiana.

In my younger days è un ritorno al passato per Everett: si evidenzia la nostalgia dei parenti scomparsi, ma al tempo stesso la speranza non muore, perché forse, in fondo, nel mondo c’è ancora qualcosa da salvare.

E questo punto viene messo in rilievo in Mansions of los feliz, dove Everett continua ad urlare la profonda indipendenza, di fronte ad una solitudine che lo circonda sempre di più.

Il brano che da il nome all’intero album non esula dai tratti fin qui denotati: come nowadays, il blues di Eels facilita la consapevolezza dell’idea che in fondo tutti siamo soli in questo mondo, e che al tempo stesso siamo tutti apparteniamo alla generale decadenza dell’umanità. Il pessimismo degli Eels non ha fine: quando potrebbe esserci un soffio di speranza, la vita ci ricorda che anche i ricordi felici non esistono più.

Eppure vi è qualche traccia di rock-blues quasi spensierato: tracce come Gone man e Paradise Blues colorano a tratti lo stato d’animo della band. L’intensità ritmica e musicale è agli apici dell’album.

Le sonorità degli Eels richiamano molti grandi artisti, da Tom Waits a Leonard Cohen; il folk blues che trasuda da end times traccia linee profondamente desolanti e forse eccessive. In un mondo come quello attuale, dove siamo attanagliati da crisi economico-sociali e da disastri naturali, sarebbe bene ascoltare qualcosa che ci dia la forza di continuare a credere nelle nostre energie, individuali e collettive.

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Thomas Cateni
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