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CousteauX: recensione disco omonimo

Simona Fusetta 23 novembre 2017 Recensioni Cd, Video
CousteauX

CousteauX

CousteauX

(Palm Pictures/Edel)

indie pop

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CousteauX recensioneCi avevano sedotti e abbandonati a un triste destino, quello di non poter più ascoltare dal vivo pezzi come The last good day of the year e Nothing so bad. Come tante magie, anche quell’alchimia tra Davey Ray Moor e Liam McKahey, rispettivamente songwriter e polistrumentista il primo e cantante il secondo della band inglese Cousteau si era spezzata, lasciando incompiuta una delle pagine più interessanti della musica dei primi anni duemila. Il bello del tempo che passa, però, è che permette di guardare gli eventi che furono da una nuova prospettiva, consentendo così di superare le incomprensioni e di riprendere in mano quanto lasciato a metà.

Dopo anni dedicati a vari progetti solisti e produzioni (anche italiane, basti citare Cristina Donà, Mambassa e Afterhours), ecco che nel 2015 fanno capolino i primi rumors non solo sulla reunion, ma anche sulla possibile pubblicazione di nuovo materiale, confermati però solo nel maggio 2017 con un concerto sold out al Blue Note di Milano e adesso con l’uscita dell’omonimo CousteauX, dieci tracce a suggellare un ritrovato e riuscitissimo sodalizio artistico, ma che con l’aggiunta di quella X al nome originale sa di nuovo inizio.

CousteauX riprende il discorso interrotto in seguito all’uscita di Sirena, portando avanti quel suono vintage che però tra le mani di Davey Ray Moor suona sempre così maledettamente attuale: fiati, archi, pianoforte, si interfacciano in modo magistrale tra loro e con la sezione ritmica, dando ai brani quella capacità per niente scontata di creare ambientazioni e atmosfere che godono di vita propria. Su tutto troneggia la voce di Liam McKahey, mai così ardita e sfrontata, nei toni bassi come in quelli alti, un indelebile marchio di fabbrica che torna ancora più prepotente – se possibile – a ritagliarsi uno spazio tra le voci più belle e distintive di sempre.

Memory is a weapon è il perfetto trait d’union tra i Cousteau e i CousteauX: in questo pezzo che, come altri (da The innermost light a Thin red lines), farebbe un figurone nella colonna sonora di un film di James Bond, il basso regala spessore e concretezza, per poi cedere lo scettro alla tromba nel ritornello dagli echi Bowiani. This might be love esce sorprendentemente dagli schemi con un up-tempo che incanta. BURMA è di un’eleganza squisita: da sola incarna tutta l’essenza dell’album, con una prova vocale, un calore e un’espressività difficile da trovare in altre voci maschili.

Maybe you è la ballad, solo in parte fedele agli schemi classici: l’intensità è tangibile, il movimento che si crea alla fine del ritornello sconvolge i parametri, con quella leggera accelerazione e quel crescendo che non potrebbero sembrare più naturali e calzanti. Il finale riserva ancora qualche sorpresa: Thin red lines suona più aggressiva, con la chitarra che ruba la scena al pianoforte, mentre Shelter vira verso sonorità più post-moderne, giocando con la batteria elettronica e imprigionando la voce in loop.

Verrebbe, nell’apoteosi della banalità, da dire che abbiamo dovuto aspettare oltre dieci anni, ma ne è valsa la pena. Però è davvero così: i nuovi CousteauX sono in un certo senso la band che erano già nei primi anni duemila, con un sound, una voce e uno stile estremamente riconoscibili, ma al contempo portano avanti un progetto nuovo, che abbraccia la contemporaneità pur restando fedele a sé stesso. Forse non era lecito aspettarsi niente di diverso da due musicisti del calibro di Liam e Davey, ma riconferme come queste sono sempre delle piacevoli sorprese.



 

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