Content Blocks
Hard Out
(STTT)
post-punk, EBM, industrial
Hard Out, secondo album completo dei Content Blocks, introduce nel suo immaginario sin dalla copertina: una fotografia in bianco e nero di una scrivania ingombra, un auricolare, un mouse e frammenti sparsi di lerciume come dopo un piccolo crollo domestico. È l’immagine giusta per un lavoro che prova a raccontare la vita contemporanea attraverso le sue superfici fredde, le sue macchine e la sua architettura poco ospitale.
Dietro la sigla ci sono Matthew Hord e Ian Campbell, newyorkesi con una lunga militanza nella scena post-punk della loro città. I due hanno condiviso per quasi un decennio la gestione dell’elettronica dei Pop. 1280, formazione industrial noise rock passata per Sacred Bones e Profound Lore, e nel 2023 avevano già pubblicato come Content Blocks il brano IMDS, più orientato verso paesaggi sonori astratti e decostruzioni da pista. Con Hard Out, uscito in vinile e digitale, il progetto cambia passo e si avvicina alla forma canzone, senza rinunciare al gusto per la sperimentazione e mettendo maggiormente a fuoco quanto già intravisto nel 2025 col mini-album No Down Wisher.
Le coordinate sono dichiarate: industrial gotico britannico, EBM belga, synth-pop zuccherino ed elettronica d’avanguardia (Clock-DVA compresi), innestati su un’ossatura post-punk. L’aspetto più interessante è che il duo non tratta questi riferimenti come reperti da museo, ma come materiali da smontare e ricombinare, con la chitarra usata come tessuto ambientale contrapposto alla rigidità delle sequenze.
L’apertura affidata a Fans and Fabricators mette subito le cose in chiaro, con un battito spezzato di matrice industriale che non rinuncia a una certa mobilità ritmica. Beach Resort, primo singolo accompagnato da un video diretto da Frankie Rose, racconta una fuga vacanziera che si sfalda dopo pochi giorni, mentre nessuno trova il coraggio di prendere il timone: elementi elettronici ossessivi, bassi ondeggianti e una voce che sembra arrivare da un vecchio disco punk recuperato in soffitta. More Campari sospende del tutto il ritmo e lascia spazio a un’atmosfera rarefatta, quasi un respiro prima della ripartenza.
Con On the Market, secondo singolo, entra in scena un canto freddo di ascendenza gotica al servizio di un tema che attraversa l’intero disco: il passaggio dalla frenesia urbana alla promessa di un’esistenza più quieta, e il dubbio che basti cambiare scenario per colmare il vuoto. La title track Hard Out prosegue su traiettorie sospese, attraversate da frammenti vocali, mentre Vibra Corridors è un breve intermezzo dall’aria artigianale. Chiude Local Bodega Systems, dall’andamento vagamente dub, che riporta lo sguardo alla dimensione minuta del quartiere, quella degli empori sotto casa che resistono dentro una metropoli sempre più impersonale.
Sette brani sono pochi, ma bastano a definire un’identità precisa. Hard Out non cerca il colpo di nostalgia per la stagione d’oro dell’EBM e del post-punk, preferisce usarne la severità per descrivere un presente fatto di schermi, cantieri e ansia diffusa. Un disco coerente e personale, adatto tanto all’ascolto attento quanto alle ore piccole di un club, che conferma quanto New York sappia ancora produrre musica scomoda e necessaria.
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