Bytecore: la recensione di Born to love

Born to Love è il debut album dei Bytecore, capace di introdurre chi ascolta nel mondo complesso e post apocalittico di una band che sa come indurre alla riflessione.
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Bytecore

Born to love

(Shout!/Edizioni Cramps/Freecom)

industrial

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BytecoreBorn to Love è il debut album dei Bytecore, anticipato dal singolo bomba Enemy capace di introdurre chi ascolta nel mondo complesso e post apocalittico di una band che sa come indurre alla riflessione grazie ai testi profondi stesi su un tappeto sonoro tendenzialmente industrial con forti richiami metal, techno, e beat digitali irresistibili.

Il disco rispecchia a pieno la società moderna dominata da tutte quelle percezioni visive e concettuali che influenzano in maniera negativa il nostro vivere quotidiano, siamo prostrati ai piedi dell’effimero, del materialismo più abietto, affannati alla ricerca del nulla riempiamo i buchi neri delle nostre esistenze, i crateri più profondi dell’anima, con i miseri modelli che ci vengono imposti e corriamo accecati dall’odio incarnando un estetica obbligata, soli e sempre più egoisti, il denaro che genera il potere come unico vero obiettivo.

L’uomo in lotta perenne con il prossimo, l’uomo in lotta con sé stesso, l’uomo che inevitabilmente annegherebbe in un mare di disperazione se solo potesse capire il senso reale delle cose sfuggendo dal pericolo più subdolo, l’incoscienza collettiva.

L’universo dei Bytecore è tangibile non solo nei suoni e nelle parole ma anche nei costumi e negli oggetti usati in scena, il clima post-apocalittico è il nesso che unisce i quattro personaggi; soldati, figure mistiche, forse umani, la voce potenzia il senso delle note ma è il teatro scenico della band l’accessorio imprescindibile per raggiungere la visione globale del messaggio proposto.

In realtà i Bytecore, nati nel 2015 dalle menti di Andrea Viceconte (batteria) e Umberto Giangreco (synth) ai quali nel 2017 si è aggiunto Francesco De Salvo (chitarra/basso), avevano già cominciato ad affrontare certe tematiche nell’EP d’esordio We Aren’t Humans (2018) con sette tracce da leggere come un viaggio ideale attraverso il cosmo della condizione umana, tra fughe nello spazio ed isolamento claustrofobico dove l’alieno è solo un involucro all’interno del quale si cela la vera creatura malvagia, l’uomo, in 1950 DA un asteroide annienta la terra ma il vero nemico risulta invece essere l’umanità stessa, artefice primaria della sua ineluttabile e prossima auto-distruzione.

Ad aprire le danze ci pensa Human Hamster, travolgente cavalcata drammatico/catastrofica che mette subito in chiaro i punti cardine del disco, ritmo, velocità, ciclicità del suono, toni vocali implosi in un mood ultra personale, imballaggi sonori di grande impatto emotivo.

Seguono Game Boy sulle spire acuminate di una elettronica sufficientemente oscura, Demigod che incanta dalle prime battute, lente e quasi dolci, per inoltrarsi poi nell’ampollosità del climax ascendente, lo stop and go al minuto 2 e qualche secondo la rende una delle mie tracce preferite.

Evil’s Ballad a dispetto del titolo è distante anni luce dalle ballad tradizionali ma circuisce allo stesso modo pur con la crudezza di contorno, Fire to Die è un incendio di emozioni tra battute techno, martelli pneumatici immaginari, violenza evocativa in 4/4 ed un crescendo esagitato alla Rammstein che muore in un toccante epilogo al piano paradossalmente dolce e rassicurante.

In Broken appaiono spunti rap perfettamente inglobati nel lavoro d’insieme mentre Humped Back sottolinea una visione lisergica e piena di poesia. La granitica e massiccia Enemy, primo singolo estratto, si inoltra in un panorama più legato al nu-metal, il video di accompagnamento girato da Domenico Petrigliano racconta la storia dell’uomo comune proteso verso uno status sociale quasi obbligato, il potere, il piacere illusorio in una lotta estenuante e compulsiva contro il tempo, la fotografia è magistrale.

L’ultima traccia Sand Storm sorprende per la soavità dell’incastro perfetto con una voce femminile che partorisce una liricità inattesa e piena di grazia.

Born to Love è un disco stracolmo di energia, ricco di spunti meditativi sui quali vale la pena soffermarsi, un disco dalla doppia lettura, volete farvi trascinare dal ritmo incalzante o leggere i testi con la musica di sottofondo? Il risultato, qualsiasi cosa scegliate, non vi deluderà.

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Elisabetta Laurini
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