Bloc Party: Intimacy

Svolta elettronica per il terzo album dei Bloc Party, che dimostrano così di avere voglia di rinnovarsi, di saper osare, ma soprattutto di avere le carte in regola per farlo

Bloc Party

Intimacy

(Digital download, Vice Records, 2008)

rock, elettronica, indie

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Appena un anno dopo la pubblicazione di A Weekend in the City, esce in digital download (l’uscita nei negozi è infatti prevista per il 27 ottobre) il terzo album dei Bloc Party. Le malelingue dicono che la band inglese ha preferito correre ai ripari dopo lo scarso successo del secondo Cd, mai io voglio vederci qualcosa di più.

Ad esempio, la voglia di portare avanti un discorso in precedenza solo abbozzato, di prendere l’elettronica allo stadio fortemente embrionale dei primi Ep e del secondo album e di darle forma concreta in un mix di atmosfere new wave e pop-rock. Nascono così i dieci brani di Intimacy, apparentemente distante da Silent Alarm (con cui la band ha esordito nel 2005), ma non per questo meno d’effetto.

Basta ascoltare i primi due pezzi, Ares e Mercury, per rendersene conto: c’è un po’ di Chemical Brothers in quest’intro decisamente energico e ballabile. Ma non temete: se preferite lo stridore delle chitarre, è sufficiente passare alla traccia successiva, Halo, per ritrovare suoni molto British in cui è il rock a farla da padrone.

Il resto dell’album si snoda lungo questo sentiero, perennemente in bilico tra schemi melodici più classici e la volontà di sperimentare un suono nuovo, un ibrido in cui il rock e gli strumenti tradizionali sono in balia di campionatori e di un’elettronica a volte naif, di ispirazione anni ’80 (io personalmente ho sentito aleggiare lo spirito dei Depeche Mode in Better than heaven), a volte decisamente più contemporanea (ascoltate Zepherus e ditemi se non c’è lo zampino degli ultimi Radiohead).

Esperimento riuscito anche nei pezzi lenti, riccamente elaborati e mai banali. Biko suona come la canzone d’amore del futuro, quella di un Matrix dominato dalle macchine: anche se può sembrare meno diretta e incisiva di altri brani, ha un testo poetico e conturbante; Signs invece ricorda la melodia di un carillon, con quell’intro di xilofono che ti fa chiedere da dove sbucherà la ballerina che danza sulle punte.

Indubbiamente, ci vuole coraggio per abbandonare una strada già rodata e che ha portato al successo, per imboccarne una più tortuosa e impervia come quella che ha dato vita ai brani di Intimacy. Ma anche i Radiohead lo fecero tanti anni fa, e mi sembra che nessuno si sia lamentato del risultato, no? Senza incappare in paragoni altisonanti, in questo album Okereke e soci sono riusciti a far crescere il loro caratteristico suono pop-rock, aprendolo alle mille contaminazioni della musica di oggi.
Anche solo per il coraggio, l’album meriterebbe un ascolto.

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Simona Fusetta
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