Bambara: la recensione di Stray

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Bambara

Stray

(Wharf Cat)

gothic rock, noir rock, post-rock, post-punk

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Generata per immacolata concezione, Miracle, trascorre tutte le sue notti ad intrattenere uomini vogliosi e latentemente frustrati al Ghepardo. Nessuno sfugge al suo fascino, i concupiti la spogliano con gli occhi e traspongono nelle sue sembianze la versione giovane delle loro mogli appesantite e stanche. Mentre sinuosa si avvinghia al palo danzando un valzer lento dominato da un basso penetrante e maltrattato dalla voce pastosa di Reid, Miracle riesce solo a pensare alla parola che si è fatta tatuare all’interno del labbro, meschinità.

Bambara band

Benvenuti nel mondo di Bambara. Benvenuti nel mondo noir, disturbato e vagabondo di Stray che pullula di emarginati, amanti febbrili e criminali da quattro soldi, sui quali pende una condanna pesante e inevitabile, quella di doversi sbattere per sopportare l’affanno dei giorni, uno dopo l’altro fino all’ultimo consentito, con la disperazione che grava come un’incudine.

I gemelli Reid (voce e chitarra) e Blaze Bateh (batteria) si uniscono al bassista William Brookshire nel 2009, scrivono musica che si trasforma in lavori discografici e condividono il palco con band come Idles, Metz e Daughter facendosi notare per il grande impatto scenico e profondamente cupo che li caratterizza. Di stanza a Brooklyn si mescolano alla scena post-punk con grande naturalezza pur essendo una realtà a parte contaminata fortemente da psichedelia e noise rock.

I Bambara sono diversi per molti aspetti, impastano i suoni in modo non convenzionale, il loro distinto uso della narrativa letteraria unito ad elementi surrealisti partorisce immagini uniche degne di esplorazione minuziosa e attenta.

Sguazzano nel torbido, narrando le storie degli ultimi, quelli di cui ci si ricorderà solo come esempio negativo per terrorizzare le menti dei fanciulli in fase di crescita, quelli per i quali non esiste un futuro roseo, quelli per cui è difficile anche sognare perché la vita è una battaglia continua e chi la combatte dalla parte dei perdenti non ha tempo di fermarsi a riflettere. Chiudere gli occhi anche solo per un momento potrebbe voler dire trovarsi fregati, non importa da chi o cosa. I protagonisti sono vittime, sospettati o esecutori materiali di misfatti con un unico comune denominatore, l’autodistruzione, ma bisogna tirare avanti, attraversando in modo più indolore possibile la terra dei vivi per entrare in quella dei morti.

Stray è tutto questo, è il racconto di un viaggio attraverso storie maledette, sporche di sangue, intrise di disillusione, tormentate dai demoni interiori, dilaniate dal dolore. Una grande prova di cantautorato moderno dei fratelli Bateh e Brookshire che dimostrano grande abilità romanzesca oltre a quella musicale impeccabile in ogni dettaglio.

I testi mischiano il surreale al sublime, il romantico al profondamente contorto, le innegabili influenze vanno da Leonard Cohen al noir francese, dagli scrittori del gotico meridionale come Flannery O’Connor (leggenda narra che si siano chiusi in uno scantinato di Brooklyn per un lungo periodo leggendo i suoi scritti mentre osservavano foto di sconosciuti comprate al mercatino dell’usato) alle liriche di Nick Cave, dai 16 Horsepower di David Eugene Edwards ai mai dimenticati Morphine.

Stray è un romanzo di 10 capitoli incatenati l’uno all’altro in un’unica trama, 10 tasselli di un mosaico certosino da leggere col fiato sospeso.

C’è Miracle all’inizio del viaggio, disillusa e sprecata in quel locale malfrequentato, che continua a ballare mentre il cielo fuori si oscura e la pioggia comincia a cadere copiosa sul ritmo martellante di Heat lighting mentre la morte cavalca di notte in un pinto di rame ed ha già sfiorato la vita del prossimo non eroe.

Quello di Sing me to the street è un uomo solo, senza emozioni e senza futuro ma con un ricordo in testa fisso e ossessivo, una donna. Si respira un’atmosfera funerea, la voce si trascina perduta in uno splendido canto rock che parla di sconfitte e bambini morti ammazzati. La donna però non può essere Serafina, uno spirito libero, una che lascia il segno e che tutti adorano perché rappresenta il modo in cui vorremmo essere, anticonformista e indipendente, troppo per questo mondo.

Serafina è la hit single per eccellenza, una cavalcata di note che percuotono tutti i sensi con echi evidenti di post-punk mischiati a power rock.

La morte prosegue il cammino e in Death Croons incontra una vecchia signora che decisamente non fa al caso suo, le immagini di resti umani accatastati nel bagagliaio di una macchina disegnano un panorama torvo e nefasto. Più avanti c’è il protagonista di Stay cruel (ballad superlativa densa di nostalgia e disincanto) che vede Miracle ballare, è diventato un delinquente e torna ogni notte al Ghepardo come chiunque altro l’abbia vista strusciarsi su quel palo non importa quando. In una di queste notti appiccicose d’afa che rende sudato anche il pavimento, le loro mani si sfiorano e la sua infatuazione riappare prepotente ma in forma diversa. Il suo antico tenero desiderio si trasforma in voglia primordiale, sprezzante, ormai non vuole più il suo amore, né la sua tenerezza, solo intesa carnale nuda e cruda, senza alcun coinvolgimento …try to stay cruel for me, no smiles, no mercy, can’t take no more pity, you gotta stay cruel just live when i’m dreaming, try to say some thing cruel or i’ll be lost…

È la volta di Ben & Lily, due cocciuti testardi allo sbando, Ben, eunuco per punizione incontra Lily in manicomio abbattuto come un albero marcio, si innamorano ma inevitabile giunge l’ennesima tragedia ed entrambi non pensano che alla vendetta.

Mentre aspetta l’arrivo della mietitrice, l’inferno del protagonista continua a bruciare nelle immagini che vede nelle sue visioni materializzandosi nei brani che seguono Made for me e Sweat fino al magnifico epilogo che ha per titolo Machete. I ricordi si sovrappongono e gli riempiono la mente, il più forte si chiama Crystal, l’amore della sua vita, morta troppo giovane senza che lui potesse far niente per salvarla. Anni dopo finalmente arriva il momento di pareggiare i conti non scapperò dice. Il racconto finisce qui senza sapere come andrà a finire perché i Bambara lasciano a noi la scelta.

Stray è una sorpresa insperata, un disco tormentato, storto, ricco di guizzi creativi e ballad travolgenti che denunciano la resa, un disco pieno, ombroso e profondo, aspro e spesso impenetrabile.

A chi li descrive come successori dei Gun Club rispondo che i Bambara sono invece la perfetta incarnazione del nostro momento storico e, raccontando le miserie umane, mettono a fuoco con assoluta maestria la prostrazione di un male di vivere che ci umilia sbattendoci all’angolo, costantemente atterriti dalla supremazia dell’incognito.

Siamo granelli di polvere che reclamano sogni mentre ubriachi grufoliamo nel fango in attesa della fine.

Stray è un disco che ricorderemo, un disco che ascoltato e letto con la giusta attenzione non vi farà dormire… non stanotte, forse non più.

Ascolta Stray dei Bambara

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