Autumn Kings: recensione di Epiphanies

Epiphanies è il quarto disco per i canadesi Autumn Kings, il primo a uscire per una casa discografica dopo dopo un decennio da indipendenti. Undici brani all'insegna di un 'hard rock dei nostri tempi', tra inserti rap e attitudine emo.

Autumn Kings

Epiphanies

(Hopeless Records)

pop, rock


Ci sono band che sembrano predestinate al successo e altre condannate all’anonimato; a metà strada tra le due, chi magari con una buona dose di coraggio e perserveranza è disposto ad aspettare che si presenti la classica ‘grande occasione’. Forse, per gli Autumn Kings, è la volta buona.

Il trio canadese, originario dell’Ontario, ma poi trasferitosi a Detroit, circola già dalla prima metà dal 2015, la prima traccia discografica due anni dopo.

Un percorso orgogliosamente e in una certa misura, forzatamente indipendente fino a quando un paio di anni fa Hopeless Records si è ‘accorta’ di loro, cominciando a dargli una certa visibilità, cui ha contribuito un singolo di buon successo, Gone Gone Gone (ripresentato anche qui), e anche qualche passaggio televisivo, a partire dal ‘fu’ Late Show di Stephen Colbert.

Ecco che quindi che Epiphanies, quarto capitolo della discografia della band, si presenta come il classico ‘spartiacque’, almeno nelle intenzioni.

Uno di quei lavori in cui si mescolano le variegate influenze degli ultimi trent’anni e passa, partorito da una band che cita tra i propri riferimenti i Metallica (non certo quelli dell’epoca d’oro del trash) e i Linkin’ Park (come testimoniato dal ricorso, comunque non eccessivo, a inserti rap).

Undici tracce all’insegna di soluzioni sonore decisamente consuete, con una sezione strumentale monocorde e per lo più priva di personalità che si lascia trainare da una voce, quella di Joseph Coccimiglio, che si esibisce nel solito campionario diviso tra rabbia, sofferenza e disincanto, all’insegna della solita espressività ‘emo’ pur senza mai raggiungerne gli eccessi.

A dirla tutta, non certo uno di quei dischi che fanno cadere la mandibola e fa pensare: “E questi finora dov’erano?”, anzi: siamo dalle parti del classico rock dei nostri tempi, in cui la band di turno cerca di dare alle proprie sonorità tirate una confezione che si faccia piacere e sia sufficientemente radio – friendly.

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Marcello Berlich
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