Akphaezya: Anthology II: Links From The Dead Trinity

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Akphaezya

Anthology II: Links From The Dead Trinity

(Cd, Ascendance Records/Audioglobe, 2008)

avant-garde metal

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Akphaezya è una terra immaginaria e ancestrale popolata da curiosi personaggi del cui cammino narrano i brani di Anthology II. E Anthology II è un secondo capitolo ma allo stesso tempo un esordio, primo passo di un’opera in cinque album che usciranno in ordine rigorosamente non sequenziale.

Questo può già dare una vaga idea della particolarità di questo piccolo gioiello musicale – strano, coinvolgente e inaspettato – che mescola generi, stili e sonorità, tenendo legati i quattro angoli del mondo nel luogo sospeso e atipico che è Akphaezya in cui metal, jazz, trip hop e sonorità tribali convivono in una magica armonia.

Si inizia con il sussurrato Preface, ritmi trip hop e una presenza dosata dell’elettronica, in cui si ha già un assaggio della voce incantevole e versatilissima della cantante e pianista Nehl Aelin.

Il brano successivo, Chrysalis è piacevolmente sconcertante. Avete presente le vecchie audiocassette, quelle usate così tanto che quando si ascolta il lato A si sente contemporaneamente anche qualche stralcio del lato B? L’impatto di questo brano è qualcosa di simile. Qui convivono growl cavernoso e chitarre potenti, un pianoforte a tratti lieve come un carillon, numerosi stili vocali diversi. L’insieme è assolutamente schizofrenico e – forse proprio per questo – molto interessante.

Suggestiva è Beyond The Sky che inizia come un brano dolcemente melodico, denso e vellutato. A un tratto però si fa più cupo e drammatico, per poi lasciare spazio a ritmi decisamente orientali.
Khamsin sembra una specie di dialogo strampalato tra una orchestrina jazz e una band death metal, in cui poi interviene una voce dapprima folle, poi lenta e languida, da piano bar.

Qualcosa di simile avviene nel successivo Reflections che dà forma ad arabeschi sonori potenti e insoliti. Awake è un intermezzo tutto strumentale che fonde elettronica e percussioni tribali e crea un’ atmosfera sospesa vagamente inquietante.

Si riparte in seguito con Voices Of The Storm, in apertura tetra e retrò, con atmosfere da film muto degli anni ’20. Qui d’altra parte si fanno anche sentire e con potenza le radici death metal della band, con un growl spettrale e disperato e parti cantate molto aspre.

The Secret Of Time sembra ambientato in un caravanserraglio nel deserto, e dà pian piano corpo a un clima minaccioso, da battaglia imminente, per poi concludersi sovrappenendo a un ritmo da marcetta militare una parte vocale eterea e fiabesca. A seguire Stolen Tears e H.L.4, rispettivamente un brano dolcissimo e mesto e un folle e trascinante intermezzo, quasi una filastrocca infantile e buffa.

Chiude l’album Bottle of lie in cui ricorrono e si intrecciano di nuovo in maniera diversa le anime variegate e contrastanti di Anthology II.

Un album che è stato veramente una bella sorpresa. Nonostante la natura così cangiante degli Akphaezya disorienti un pò, le suggestioni dàte dalla loro opera sono talmente numerose e vivide che non si può fare altro che ascoltarli e poi ascoltarli ancora lasciandosi trascinare dalla loro insolita esperienza musicale.

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