Voyna: recensione di The Cinvat Bridge

The Cinvat Bridge di Voyna è un disco incantevole nell'accezione più ampia del termine, un disco di pacata incandescenza paragonabile ad una pira ardente sotto due dita di cenere.
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Voyna

The Cinvat Bridge

(Icy Cold Records)

coldwave

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https://youtu.be/GBDBQGrkMp4

 

Voyna - The cinvat bridgeFirst we feel. Then we fall, la citazione estratta da Finnegans Wake di James Joyce riportata all’interno del booklet, chiarifica in modo palese l’intenzione di un disco immenso e particolarmente sfaccettato. Parliamo di The Cinvat Bridge, uscito la scorsa primavera per l’etichetta francese Icy Cold Records, opera prima del progetto Voyna di Peer Lebrecth, già noto come voce e membro attivo dei Golden Apes.

Praticamente impossibile prevedere l’umore delle 14 tracce incluse, 70 minuti di musica (in totale controtendenza con la brevità di molti full-lenght in circolazione) intrisi di atmosfere magiche, assemblaggi stilistici perfetti e liriche profonde.

The Cinvat Bridge è carne e sangue, onirismo e cruda realtà, passato e presente, tutto insieme, tutto magistralmente orchestrato in una struttura piena di dettagli, abissi concettuali e descrizioni certosine di attimi sublimati nel tempo.

In buona sostanza un denso magma di stampo gotico tinto dalla dark wave più ispirata dove si colgono tanti umori differenti, dalle svisate storte e minacciose di Clean al jazz frenetico di The Fractal King, dal timido ottimismo di The Sky And A Grain alla calda desolazione di Provenance, tutte perle luminescenti avvolte in un manto di nostalgica bellezza.

Questa finestra aperta sul mondo interiore di Peer non è affatto un abbandono al suo passato musicale né tanto meno la rottura definitiva con i Goden Apes, nasce invece come progetto parallelo proprio mentre la band stava registrando Kasbek, possiamo considerarla quindi un ulteriore sfogo creativo, un ficcante ritratto sonoro del suo essere qui ed ora, con tutti i sentimenti.

L’intero album è pervaso da una inquietudine arcana e tangibile, da un senso di smarrimento dovuto alla consapevolezza della nostra misera condizione umana, un percorso estremamente introspettivo, una ricerca spasmodica di verità, una caccia reiterata verso la meditazione, il Caronte Peer, con la sua voce magnetica e baritonale, accompagna le anime perse dall’altra parte del guado dove forse saranno in grado di ritrovarsi.

La cosa che maggiormente colpisce sono le aperture centrali dei brani che spesso partono con un incedere lento e molle per sposare poi ritmi sostenuti e soluzioni armoniche al limite dell’eccellenza, vedi l’empatica Refraction, la riflessiva Crimson Skies, la dinamica Clean, la circolare Bones (una delle mie tracce preferite), immersa in un tripudio di emozioni fortissime dovute al sound nero come la pece ed alle linee vocali di un Peer in stato di grazia.

Swarmlands è un incanto uditivo senza pari, evocativa, decadente, fiorisce e appassisce con estrema grazia tra le note, si muove come la vita di ciascuno di noi, tra frenesie armoniche e dilatazioni spazio temporali mentre Ocean sorprende per l’abile intreccio vocale con Martina Volodina degli Stridulum.

Lascio per ultime, e non a caso, le due tracce corredate dalle inquietanti immagini di due piccole opere d’arte, mi riferisco ai video di The Fractal King e Provenance (visibile in testa a questa recensione), nel primo lo sguardo del protagonista, lontano verso orizzonti distanti anni luce dal presente, fa da contraltare a fermo immagine desolati ma incredibilmente pieni di fascino, focus su chiavi e catene, api defunte e raccolte da mani e cucchiai arrugginiti, forbici e tronchesi, pagine di un libro e spine di rosa essiccate, poi il compasso a disegnare un ideale cerchio dentro il quale ci si potrebbe rifugiare per il resto della vita dimenticando gli orrori del mondo.

Quello di Provenance, brano sopraffino destinato a rimanere nel tempo, è invece un cortometraggio a tutti gli effetti (scritto e diretto da Voyna e Christian Lebrecth) dove si racconta l’ennesima storia minacciosa e seducente. Peer entra in uno stabile disabitato e lì probabilmente incontra i fantasmi del suo passato (ognuno di noi nasconde un segreto), simbologia sinistra e oggetti logori resi lievi dalla quotidianità di gesti semplici come tagliare il pane o bere un bicchiere di latte (rassicurante come nessun altra cosa), poi si inoltra nella boscaglia e, sotterrato un cofanetto di ricordi probabilmente scomodi, alza gli occhi al cielo che si schiude a sorpresa nel sorriso azzurro del domani.

The Cinvat Bridge è un disco incantevole nell’accezione più ampia del termine, un disco di pacata incandescenza paragonabile ad una pira ardente sotto due dita di cenere, un caleidoscopio di sensazioni immaginifiche filtrate dalla voce ipnotica di Peer che cura ogni male. Un disco da perlustrare con calma, sostando a lungo sui brani, come fossero tappe di un viaggio infinito e senza meta, in attesa di qualche illuminazione sul nostro ineffabile passaggio terreno.

 

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Elisabetta Laurini
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