Twilight Sad: Here, It Never Snowed. Afterwards It Did

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Twilight Sad

Here, It Never Snowed. Afterwards It Did

(Cd, Fat Cat Records, 2008)

indie rock

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Correva l’anno 2007 e l’esordio dei Twilight Sad, Fourteen Autumns & Fifteen Winters, faceva sobbalzare dalla sedia parecchi ascoltatori, in particolare quelli affezionati ai The Walkmen e ai Mogwai.

A distanza di un anno li ritroviamo con il mini-album Here, It Never Snowed. Afterwards It Did e tutto sembra rimasto come lo avevamo lasciato.
Sembra.
In realtà, sotto segnali che potrebbero far pensare a una mancanza di ispirazione (stesso design anni ’50 per la cover e quattro brani su sei ereditati dal precedente full-length), si nasconde una nuova luce della band scozzese, forse ancora più autentica e pura.
Una luce che assomiglia tanto a quella della neve fresca caduta nelle vallate sconfinate citata nel titolo: Here, It Never Snowed. Afterwards It Did.

Ha nevicato quindi, e ne è venuta giù tanta di neve, sotto forma di maestoso minimalismo incantevole, il cui gelo però a tratti si fatica a sopportare.
Ecco la prima grande differenza rispetto a Fourteen Autumns & Fifteen Winters: l’ascolto è molto meno scorrevole, non ci sono più gli impeti di chitarra e la fedele batteria a proteggere le parti vocali, e un senso di inquieta desolazione avanza.
Cold Days from the Birdhouse, godibilissima nella versione originale, qui sembra uscita direttamente da un film di David Lynch, con la voce sola a confrontarsi con rumori e distorsioni gelide e inquietanti, come se ci trovassimo su un lago ghiacciato a rischio di rottura.

In questo contesto quasi acustico domina l’intensità emotiva della voce di James Graham, meditabonda e tormentata, nuda e vulnerabilissima.
Il suo marcato accento scozzese consente ai quattro brani rielaborati di mantenere la forza degli originali, anche quando l’aspetto catartico-malinconico diventa opprimente (Mapped by What Surrounded Them).
Nonostante la catarsi incomba, in Here, It Never Snowed. Afterwards It Did si cerca sempre di respirare, di evocare ampi spazi; il sostegno non sono più inserti shoegaze ma delicate orchestrazioni synth e muri di feedback (And She Would Darken the Memory), piatti, campanelli e clavicembalo (la fiera Walking for Two Hours).
Segnalazione d’obbligo per quello che è un vero inno alla longevità, Some Things Last a Long Time, dolcissima cover di Daniel Johnston, probabilmente la pagina più leggera dell’album.

Insomma neve musicale è stata preannunciata e neve è stata. Purissima e gelida forse più del previsto.

L’inverno è già arrivato: speriamo di scaldarci con il prossimo album, possibilmente di lunghezza standard.

P.S.: i TS apriranno il tour autunnale dei Mogwai, che toccherà praticamente tutta l’Europa, Italia esclusa.

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