Tre Allegri Ragazzi Morti & Abbey Town Jazz Orchestra: Quando Eravamo Swing

Se vi aspettavate un nuovo album a sorpresa dei Tre Allegri Ragazzi Morti, questo Quando Eravamo swing sarà una sorpresa agrodolce. La Abbey Town Jazz Orchestra si prende la rivincita su Syd Vicious 37 anni dopo My Way

Tre Allegri Ragazzi Morti & Abbey Town Jazz Orchestra

Quando Eravamo Swing

(La Tempesta Dischi)

jazz, punk-rock

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allegri-ragazzi-morti-2015Questo Quando Eravamo Swing non è un nuovo album dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Sì, certo, i brani sono quelli che molti di voi hanno cantato a squarciagola ai concerti di Davide Toffolo e compagni. Ce li troverete tutti quanti, qui, i classici che avete ormai mandato a memoria da anni, dal primo all’ultimo, da Occhi Bassi ad I Cacciatori. Le parole sono quelle, le linee vocali le conoscete già, il timbro di Toffolo è riconoscibilissimo, però gli arrangiamenti no.

Ecco, io al primo ascolto, che faccio sempre senza leggere prima neppure una riga dei vai comunicati stampa, note o altro, avevo la paura, il terrore, che anche loro, i Tre Allegri Ragazzi Morti, si fossero buttati sulla moda degli ultimi tempi: elettronica tamarra, ritmi tunz-tunz, synth buttati lì un pò alla cazzo e via discorrendo. Ero già pronto a mettere nero su bianco parole di fuoco, del tipo: passi pure la virata reggae degli ultimi tempi, che comunque si adatta benissimo alle atmosfere di certi brani recenti, ma inseguire anche loro una moda che già negli anni ’80 ha fatto più danni che altro? No, proprio non ci sto.

Fermi tutti, marcia indietro, perché ora il primo brano è iniziato ed è tutta un’altra storia. È in questo momento che trovano un senso le prime frasi di questa pagina. Bastano due o tre brani per capire che qua stiamo parlando di riarrangiamenti à là Gershwin di brani storici, adattamenti in stile Bacharach di pezzi punk rock, orchestrazioni che fanno scattare nella testa analogie con il miglior Glenn Miller. E’ merito della Abbey Town Jazz Orchestra che fa un lavoro egregio di riarmonizzazione e riarrangiamento di tutti i pezzi più amati dai fan della band di Pordenone.

Qui parte la diatriba: possiamo definirlo davvero un nuovo album dei TARM? E’ bello? Ha un senso? E’ da comprare? Sono sicuro solo di una cosa: avrete risposte diametralmente opposte se vi capiterà di chiederlo ad un “vero fan” della band, ad un ascoltatore che non disdegna il trio oppure ad uno che li odia da sempre. Come si fa per l’analisi di gran parte dei dati statistici procediamo con ordine eliminando il valore più alto (i veri fan, che lo compreranno comunque, qualunque cosa accada, ché i TARM hanno una fanbase bella spessa e dura che non li molla per nulla al mondo, perché sono cresciuti insieme, quasi in simbiosi) ed il valore più basso (quei detrattori che li odiano per partito preso dalla prima -o forse la seconda- ora, senza un reale motivo che non sia l’antipatia reciproca o al massimo perché li reputano una band da ragazzini troppo cresciuti e troppo lentamente e male. Questi anche se i TARM facessero il disco più bello del secolo comunque starebbero dalla parte dei detrattori, perché è il gioco della parti e loro non si sottraggono mai).

Bene, abbiamo tolto il valore più alto e quello più basso, ora cosa rimane? Ragazzi, credetemi, un casino! Sì, perché se salite un po’ su a rileggere le primissime parole che ho scritto: questo non è il nuovo album dei TARM. Le motivazioni sono semplici e tutte legate al concept, se vogliamo, di un progetto del genere. Qua gli ingredienti sono una Big Band con gli attributi, che meriterebbe probabilmente tanta più attenzione, ed una band italiana che, e non credo di offendere nessuno dicendolo, è uno dei fenomeni Pop (si, ok, punk-rock, contenti?) degli ultimi 20 anni. Stanno bene insieme le due cose? la mia risposta è “nì”.

I brani dei ragazzoni di Pordenone tirano, sono orecchiabili, si fanno cantare, rappresentano una generazione, un target ben preciso di ascoltatori, pezzi da sing-along assicurato. Le orchestrazioni della Abbey Town Jazz Orchestra sono impeccabili. Ma i due mondi sono talmente istanti che in troppi episodi cozzano. Le canzoni dei Tre Allegri Ragazzi Morti vengono talmente snaturate che perdono quasi ogni gancio, ogni effetto. Perché le orchestrazioni sono talmente tanto belle ed eleganti che le sovrastano con una facilità disarmante. Infondo stiamo parlando di canzoni pop (sì, sì, punk-rock) che sono fatte di irruenza,velocità, facilità, pezzi diretti ed eloquenti. A questi brani manca completamente la spina dorsale per reggere il peso di una big band. Ma è giusto così, sia chiaro, sono due mondi diversi e quei brani funzionano proprio perché non sono suonati con fiati, contrabbasso e spazzole. Invece così forse fanno troppa fatica a tenere su il mento. Neppure le comparsate di Maria Antonietta riescono a tener testa al tiro micidiale della Big Band. Se non fosse per un paio di episodi come Occhi Bassi, La Mia Vita Senza Te e forse La Faccia Della Luna, i TARM uscirebbero fuori completamente annichiliti dalla forza della Abbey Town Jazz Orchestra.

Dunque questo non è il nuovo album dei Tre Allegri Ragazzi Morti; questo, dal mio punto di vista, è il nuovo album della Abbey Town Jazz Orchestra: una big band di 24 elementi che riarrangia cover di artisti italiani alternative,punk, rock, pop e chi più ne ha più ne metta e lo fa alla perfezione, con uno stile che dona una inaspettata nuova vita a brani proposti. Con atmosfere eleganti e ricercate per orecchie pettinate. Bravissimi a cogliere il piglio originario delle composizioni e piegarlo e domarlo all’economia delle sonorità swing e jazz a loro incredibilmente congeniali.

Non me ne vogliano i fan del trio di Pordenone, ma non posso non immaginare come sarebbe stato bello questo disco se la Abbey Town Jazz Orchestra avesse registrato brani non solo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, ma magari di tanta altra gente che gravita intorno a La Tempesta Dischi. Mi sarebbe piaciuto ascoltare versioni swing di Zen Circus, Altro, Bachi Da Pietra, Cosmetic, Il Teatro Degli Orrori e tanti altri. Sarebbe stato un disco interessantissimo, secondo me, e quindi io la butto lì: Davide, Enrico, pensateci! Perché non produrre un disco a nome Abbey Town Jazz Orchestra? Magari questo progetto è servito a lanciarli, i vostri fan (quelli veri) ora li conoscono e sicuramente li apprezzeranno. E poi loro sono una goduria per i timpani che meriterebbe tanta più attenzione e spazio non solo tra gli appassionati del genere, ma anche e soprattutto nelle stanzette dei teenager italiani.

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Antonio Serra
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