The Elephant Man: recensione di Redemption

Torna il progetto di Max Zanotti The Elephant Man: Redemption è un disco introspettivo a tinte dark, oscure e quasi post-punk.

The Elephant Man

Redemption

(VREC)

rock


Ormai, quando Max Zanotti decide di mettere in moto una delle sue tante macchine che sono parcheggiate nel proprio garage di proprietà, siamo sicuri che il rombo che uscirà dalla marmitta del veicolo di turno sarà roboante. Ed infatti con i The Elephant Man si corre davvero ad alta velocità, ma andando sempre sul sicuro.

Dopo il convincente esordio di due anni fa, arriva in questi giorni la replica, al secolo Redemption, che è un ulteriore passo in avanti rispetto a quanto ascoltato in precedenza con Sinners.

La natura internazionale del progetto, unita a delle sonorità dark, oscure e quasi post punk, fa di questo sequel un lavoro molto bello e introspettivo.

Le canzoni sono in grado di colpire sin da subito. L’opener I’M Ready possiede un’apertura melodica in sede di ritornello tra le migliori mai scritte dall’ex Deasonika.

La cadenzata Lies Are My Perfect Drug si caratterizza per le chitarre latenti e malinconiche che fanno da contrasto ad una ritmica greve e solida. Il basso di Ivan Lodini è una delle forze trainanti di questo disco e fa piacere ritrovare in pienissima forma l’ex Movida.

Con Better!better!better! e I Got It si sfiorano, quasi, territori industrial, legati a certe dinamiche tipiche di gente come gli Young Gods, ma con un risvolto melodico di primissimo ordine che in pochi possono vantare, mentre con To Myself  le atmosfere diventano improvvisamente rilassate e pacate.

Si viaggia sempre su territori mai sereni o lucenti, come se la notte e l’oscurità debbano avere un ruolo di fondo importante per capire la musica che ivi è contenuta. Echoes ci riporta idealmente indietro con la mente ai primi Deasonika a differenza della tellurica Sister Of War che ha i connotati di una vera e propria scarica elettrica. Insomma, di carne a cuocere Zanotti ne ha messa tanta sulla brace di casa sua.

Quando il disco chiude i battenti con l’ipnotica Dance Of The Hollow ci si rammarica della sua fine ed allora l’unica cosa che rimane da attuare è ritornare alla traccia numero uno e far ripartire il lettore del proprio CD per ascoltare tanto bendidio.

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Francesco Brunale
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