The Black Veils: recensione di Carnage

Scritto e registrato prima dello tsunami pandemico, il nuovo lavoro dei Black Veils, si presenta come un vero e proprio concept album incentrato sui ruoli eterni ed intercambiabili tra vittima e carnefice.

The Black Veils

Carnage

(Icy Cold Records)

post-punk

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The-Black-Veils-recensione-CarnageAvete presente quelle giornate uggiose partite con il piede sbagliato e destinate a concludersi anche peggio? Beh, provate ad immaginare di escludere il mondo intero dal vostro campo visivo, indossare un paio di cuffie, sparare a tutto volume il nuovo, travolgente, full-lenght dei Black Veils e tornare miracolosamente a sorridere.

Tra una pila di dischi in attesa di essere ascoltati, oggi ha avuto la meglio Carnage, scelta probabilmente influenzata dalla copertina che rimanda ai miei tanto amati film horror, la casa rosso fuoco su sfondo nero ritrae in modo perfetto il mood scelto per le nove tracce incluse.

Scritto e registrato prima dello tsunami pandemico, il nuovo lavoro dei Black Veils, si presenta come un vero e proprio concept album incentrato sui ruoli eterni ed intercambiabili tra vittima e carnefice, sulle manipolazioni politiche mirate allo scontro tra le fasce più deboli della società ma anche sulla facile confusione dei ruoli stessi che spesso provoca una progressiva paralisi della comunicazione, ad accompagnare il tutto un linguaggio sonoro crudo e diretto, un post-punk di forte impatto emotivo condito dagli immancabili riverberi.

Ispirati dal loro immaginario paradigmatico fatto di esistenzialismo, black humor e citazioni cinematografiche, i Black Veils, nati a Bologna nel 2014 dalle menti di Grégor Samsa (AKA gregorsamsaestmort), Filippo Scalzo (Caron Dimonio) e Mario d’Anelli (European Ghost) poi raggiunti da Leonardo Cannatella (BeStrass/Leva), tornano sul mercato con un disco solido, concettuale e terribilmente centrato.

Il combo sposa una melodia trasversale straordinaria, le trame oscure, le caustiche pulsioni emotive e i reiterati riverberi esplodono tra le pareti del noise alzando un muro di suono massiccio ed invalicabile.

La corsa a perdifiato attraverso il pentagramma inizia con la fluida rotondità di See You At My Funeral subito placata dall’incedere marziale di una cupa ed inquietante Rabbits dove spadroneggiano il basso cavernoso e una batteria superlativa.

 

È tempo della trascinante Hyenas inscindibile dal video nel quale il protagonista si ingozza di cibo davanti al tubo catodico mentre il mondo fuori trascende e deflagra tra proteste, sassaiole, odio diffuso e scontri di piazza, poi arriva l’impetuosa Lamourlamort e distrugge ogni cosa, ispirata al film di Robert Aldrich, What Ever Happened To Baby Jane? e dal romanzo Pompes Funèbres di Jean Genet, eccita e fomenta grazie alla metronomica sezione ritmica, i beats incalzanti, le chitarre estatiche e le linee vocali esemplari. L’azzeccato ritornello, Vous avez dit l’amour? J’entendu la mort, basato sul geniale gioco di parole ripreso dall’intervista di Nigel Williams a Genet che confuse l’amour con la mort, entra in testa e lì rimane senza soluzione di continuità mentre il loop del sound fa da tappeto al video girato nella ville lumière dove due anime si incontrano e dopo essersi scambiate la pelle si dirigono verso orizzonti nuovi e diversi tra loro, ennesima sottolineatura al tema dell’incomunicabilità più profonda.

Ma incredibilmente le perle arrivano sul finale, Phantom Limb Syndrome avvolge in un loop magnetico di estenuanti spire emozionali, la storta e nostalgica September Kills ipnotizza con il suo basso micidiale, Death Arrogance, una delle mie preferite, combina la torbida melodia con la sensualità di una voce femminile perfettamente incatenata alle linee vocali portanti a tratti implose in una sorta di spoken word.

Last but not least l’ultimo tassello di un grande puzzle, Cities On Fire, per certi versi accomunabile alle intenzioni dei New Model Army che chiude i battenti con una lectio magistralis di granitico post-punk, la band trova il riff e seppellisce l’ascoltatore.

Carnage è un viaggio sonoro godibilissimo, un treno in corsa da prendere al volo senza pensarci due volte, un disco da tracannare come uno shottino consapevoli della garantita ubriacatura perché i Black Veils ci sanno fare, davvero.

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Elisabetta Laurini
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