Svegliaginevra: recensione di Le Tasche Bucate Di Felicità

Svegliaginevra nel suo album d'esordio cerca di mettersi a nudo, mostrando le emozioni che circondano il suo perimetro sentimentale e le esperienze accumulate nel tempo.
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Svegliaginevra

Le Tasche Bucate Di Felicità

(La Clinica Dischi)

it-pop

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Svegliaginevra Le Tasche Bucate Di FelicitàEsce Le Tasche Bucate Di Felicità, il debut album della giovane cantautrice campana Ginevra Scognamiglio in arte Svegliaginevra, edito per La Clinica Dischi.

All’indomani del fortunato esordio con i brani Senza Di Me, Simone, Barche (feat. Apice), Punto, Come Fanno Le Onde e Due, dopo aver conquistato pubblico, addetti al settore, l’inserimento nella lista di Sanremo Giovani 2021 e la permanenza nelle maggiori playlist italo-indie di Spotify, Svegliaginevra si conferma come nuova scommessa femminile di La Clinica Dischi, dopo il recente successo riscosso da Martina Sironi aka cmqmartina, concorrente dell’ultima edizione di X Factor.

Diciamolo apertamente, senza girarci troppo intorno: Calcutta, nell’ambito del mainstream discografico tricolore, ha fatto più danni di Carlo in Francia. È riuscito a radicarsi nella musica italiana di tendenza, il cosiddetto “nuovo cantautorato italiano”, pescando a piene mani nella tradizione cantautorale nostrana e creando, di fatto, una folta schiera di proseliti ovunque, tutti raccolti sotto l’ampia ala dell’etichetta itpop.

Quella dell’itpop è una formula pluridecennale ormai sdoganata e alquanto prevedibile: motivetti leggeri (anzi, leggerissimi) intenzionalmente ruffiani nei confronti del grande pubblico, che spadroneggiano nelle visualizzazioni streaming.

La struttura delle composizioni è altrettanto basica e omologata: tastiere elettroniche che vanno a creare atmosfere malinconiche, oniriche, ovattate, riverberate e ridondanti, cassa dritta sempre uguale, un timbro vocale delicato e indolente ad enfatizzare il tutto (immaginate la versione al femminile di Samuele Bersani), ballate melense, marcette disco soft e ritornelli acchiappalike e smaccatamente radiofonici.

Elementi sonori completati da qualche stacchetto non invasivo di chitarra acustica qua e là, tanto per aggiungere qualcosa al piano minimalista che riecheggia in ogni pezzo, da un linguaggio essenziale, e poco ricercato, e da certo gusto vintage per tutta una serie di memorabilia da millennials nostalgici: walkman, smarties, personaggi giocattolo come He-man e Skeletor, fumetti di Dylan Dog, un pallone Super Tele, floppy disk, un vecchio modello di telefono fisso con il filo e una vecchia macchina fotografica Kodak.

Un passato fatto di immagini sfocate, dimesse, schive, stropicciate e sfuggenti, che ripercorrono il mood estivo degli anni ’90, ricalcando le tracce calligrafiche di quella cifra stilistica da cameretta e turbamenti post adolescenziali, facendo da ponte tra passato analogico e presente digitale, e raccontando tutta l’incertezza, la precarietà emotiva, le debolezze e l’attuale disillusione di una generazione di mezzo, tutta smartphone e social network, che sembra aver smarrito ogni punto di riferimento.

Il nucleo tematico di Le Tasche Bucate Di Felicità suona come una sorta di inno alla voglia di tornare a vivere, da leggersi come imperativo esortativo: un lavoro discografico composto da dodici canzoni con le quali Svegliaginevra, perseverando sullo stereotipo della ragazza fragile e sognatrice che rifugge la vita vera perché si sente speciale, cerca di mettersi a nudo, mostrando le emozioni che circondano il suo perimetro sentimentale e le esperienze accumulate nel tempo: lo scopo è quello di ritrovare se stessi proprio grazie al rapporto con gli altri, osservandoli e riconoscendosi in alcuni atteggiamenti, in alcune paure, ricercando felicità, forza di rinascere, spensieratezza e libertà nelle cose semplici, nonostante quegli atavici dilemmi esistenziali senza risposte.

In sintesi, il messaggio nemmeno troppo subliminale di quest’opera prima si può riassumere nello slogan a tinte arcobaleno “siamo tutti sulla stessa barca”; rincorrendo il ricordo di quel giorno al concerto di Vasco all’Olimpico e il desiderio di aprire gli occhi su un differente ordine di idee, piuttosto che affondare come sassi in fondo al mare.

Insomma, quella che in tempi non sospetti fu vissuta come una boccata d’aria fresca per il panorama della canzone pop su scala nazionale (dai Lunapop agli Zero Assoluto, dai Thegiornalisti a Motta, fino a sublimarsi con Calcutta), oggi si presenta come una superficie totalmente manieristica sotto la quale si nasconde ben poca sostanza e originalità, se non la saturazione creativa di un mero prodotto commerciale.

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Andrea Musumeci
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