Superportua: recensione di Grumi

Con il nuovo album Grumi, i trevigiani Superportua fissano il vuoto emotivo e culturale dei nostri tempi attraverso la lente del passato, nell'enfasi di un rock d'autore in bilico tra new wave di radice albionica e new wave italiana.

Superportua

Grumi

(Dischi Soviet Studio, Shyrec)

new wave brit, new wave italiana, post-rock, canzone d’autore, post-punk, synth-rock

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A distanza di cinque anni dall’esordio discografico con Resterai Sempre Uno, la band trevigiana Superportua manda alle stampe il suo secondo full-lenght intitolato Grumi, edito per Dischi Soviet Studio/Shyrec e anticipato dall’uscita del singolo Il Funambolo.

Nella scelta antiestetica di decifrare i cambiamenti del presente guardando al passato, il collettivo veneto Superportua – in attività dal 2011 e composto da Michele Romanello alla voce, Fabio Tullio al basso, tastiere e synth, Stefano Petterson alla batteria, Matteo Pezzutto e Nicola Biadene alle chitarre e Sergio Orso al violino, tastiere e synth – continua ad alimentare una retrospettiva strumentale e una sensibilità letteraria distanti dalle simulazioni emotive della contemporaneità, incrociando l’enfasi pulsante della new wave di radice albionica (The Cure, Placebo), gli angoli più spigolosi del post-punk, certi riferimenti a quel diamante grezzo che fu la scena new wave italiana dei primi anni 80 (Garbo, Litfiba, Diaframma, Decibel) e una teatralità vocale accostabile a quella degli Héroes Del Silencio.

Una passione condivisa da cui scaturisce tutta l’emergenza esistenziale dei Superportua, attraverso un rock d’autore inquieto e malinconico che, come un cavo in costante tensione, asseconda il pensiero del superuomo nietzschiano e trova rifugio nel campo d’azione dell’arte, scrutando l’abisso delle emozioni umane dall’altezza di un cornicione (“vedo l’insieme di voi dal cornicione, al ritmo degli spot si muovon le persone, vi vogliono buoni e allineati, sorridenti anche se tristi”), nel vuoto culturale dei nostri giorni, oltre le ferite dei ricordi e della memoria, e prendendo in esame ciò che può significare il peso dell’assenza.

Così, in bilico come funamboli sulla scia luminosa di una stella morente, confusi tra sensazioni di angoscia dionisiaca e ipnotica seduzione apollinea, tra il caos di Seth e l’ordine di Maat, i Superportua ci mettono di fronte ai mostruosi compromessi a cui sottostiamo quotidianamente (“sono l’uomo di paglia che bruciate sui vostri altari”), all’ambivalenza innata dell’animo umano e a quel vuoto che fa da contrappeso negativo al concetto omologato di pienezza; quel vuoto che Pep Guardiola interpreta, invece, come spazio in grado di accogliere nuove opportunità.

Dalle otto tracce che compongono Grumi fuoriesce, dunque, un mix eccentrico di ritmiche sostenute, tonalità crepuscolari dai riflessi gothic rock, chitarre stridenti come improvvisi squarci di luce nella notte oscura, ricami di psichedelia post-rock interamente strumentali (Castità), l’energico combat rock alla U2 prima maniera (L’Ammazzatoio) e linee di basso rotonde e nevrotiche, a cui si aggiungono l’intenso pathos trasmesso dai synth, atmosfere enigmatiche e ombrose come cieli lividi, liriche introspettive in equilibrio tra tangibile e metafisica, poetiche struggenti e decadenti e un cantato declamatorio dal timbro baritonale e glaciale.

Come dichiarato dagli stessi componenti del gruppo: “Grumi sono i ricordi che con il passare degli anni acquisiscono peso e insistenza, come un mistero senza tempo in cui rimane la paura di quello che abbiamo dimenticato. L’obiettivo è placare le tentazioni dell’ego e lasciar andare i ricordi che ci tengono incatenati al passato, impedendoci di vivere il presente e di immaginare il futuro”.

Recidere certi legami col passato, come fossero campi di rovi infestanti, potrebbe senz’altro favorire l’innesto di nuove semenze, ma è altrettanto importante non sottovalutare il fatto che, in fondo, i ricordi e la memoria sono tutto ciò che abbiamo, compresi i sentieri sbagliati e i risvegli mancati (“scioglimi dal cappio del tempo, stesse ore, stesse pene, vite da falene, sogni arretrati, momenti sprecati”).

È per questo motivo che il passaggio all’età adulta, alla cosiddetta età della consapevolezza, rappresenta un male necessario, sia per comprendere che l’identità degli opposti si fortifica proprio attraverso lo scontro, sia per riuscire un giorno a fissare la vertigine dell’abisso senza precipitarvi dentro.

 

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