Smith / Kotzen: recensione disco omonimo

Possiamo tranquillamente affermare che il binomio creatosi tra il chitarrista degli Iron Maiden Adrian Smith e il funambolico Ritchie Kotzen è di quelli riusciti.
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Smith/Kotzen

s/t

(BMG)

rock

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smith-kotzen-album-2021-recensioneQuando ci sono le collaborazioni tra grandi artisti, il rischio che si corre è che le importanti aspettative della vigilia non trovino conforto in quella che è la realtà dei fatti. Nel caso in questione, possiamo tranquillamente affermare che il binomio creatosi tra il chitarrista degli Iron Maiden Adrian Smith e il funambolico Ritchie Kotzen (Mr. Big, Poison e The Winery Dogs, tra le tante formazioni in cui ha militato) è di quelli riusciti.

Non si tratta di due dinosauri sulla via della pensione che cercano di arrotondare il proprio conto in banca con musica sentita e risentita, ma di signori di mezza età che hanno messo su in questo lavoro tutta la propria passione e il giusto feeling rock, dando origine a nove dipinti di classe, in cui il blues si è saputo fondere con l’hard di qualità.

Diciamo anche che tra i due, Kotzen ha preso in mano le redini per quanto riguarda l’impostazione, visto che il suono generale ricorda molto la sua ultima produzione, mentre dei Maiden, in questo caso, non vi è praticamente traccia, se non l’immenso talento di Smith capace di creare partiture elettriche di grandissima qualità.

I primi due brani Taking My Chances e Running sono due bordate niente male, con i nostri che si alternano (come in tutto l’album) in fase di cantato e con le melodie che sgorgano facili, grazie a delle aperture in fase di ritornello che non fanno prigionieri.

Con Scars le atmosfere diventano più morbide. Questa canzone è un lento ispirato che trova in Smith il suo elemento trainante soprattutto in sede di arrangiamento e di approccio totalmente blues nel guitar playing.

Se Some People è un buon estratto, confezionato per essere suonato dal vivo, la successiva Glory Road è puro Kotzen (primi periodi anni 2000).

Anche qui il blues la fa da padrone e sembra quasi che a suonare siano personaggi come Joe Bonamassa o Jonny Lang.

Non mancano le ospitate, visto che alla batteria, se non ci sta Kotzen o il suo sodale Tal Bergman, si trova a suonarla Nicko Mcbrain, un nome che non ha bisogno di presentazioni.

Su Solar Fire la sua presenza si sente, dal momento che la canzone è potente e tirata, con il drumming preciso dell’altro Maiden che fa la differenza.

You Don’t Know Me è, invece, il pezzo più lungo del lotto e si muove su connotati hard blues, cadenzato da riff di chitarra precisi e soli molto nostalgici.

Sul finire si materializza l’altro lento I Wanna Stay che sarebbe perfetto per i passaggi radiofonici, se solo fossimo indietro di venticinque/trenta anni.

Chiude il lotto l’ottima Til Tomorrow che è un altro piccolo dipinto artistico di due musicisti che hanno regalato al proprio pubblico un lavoro di assoluta qualità.

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Francesco Brunale
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