Slothrust
What They Grow in the Garden
(Rude Records/Equal Vision Records)
alt-rock, grunge, garage rock, indie punk
Con What They Grow in the Garden, il duo di Los Angeles alza il volume e allarga l’orizzonte: dodici tracce tra grunge, teatralità e inquietudini da capitalismo terminale.
Pubblicato dalla storica etichetta indipendente newyorkese Equal Vision Records insieme a Rude Records, What They Grow in the Garden è il nuovo capitolo degli Slothrust. Prodotto dalla band con Jordan Witzigreuter (The Ready Set), il disco mostra il gruppo spinto fino al limite: riff più pesanti, ritornelli più immediati e svolte stilistiche ancora meno prevedibili. La definizione scelta è “rock teatrale distopico”, e le dodici tracce mantengono la promessa: una formazione un tempo accostata ai Nirvana oggi suona come una versione più grunge dei Queen, o come il miglior album che i Muse non hanno mai inciso.
Anche sul piano dei testi, l’album passa al setaccio la mentalità dell’alveare e si interroga su cosa significhi restare umani dentro un sistema capitalistico progettato per sfruttare le nostre fragilità. Luoghi archetipici come “il giardino” e “il lago” vengono filtrati attraverso una lente allegorica e surrealista, invitando chi ascolta a cercare le verità decisive dentro di sé, anziché sullo schermo di un telefono. «Vogliamo che da questo album emerga un messaggio di liberazione personale, nonostante i bagliori di un’angoscia apparentemente ineludibile», spiegano Leah Wellbaum e Will Gorin. «Malgrado la luce blu che permea il mondo esterno, è ancora possibile trovare la propria libertà e riconoscere le verità essenziali, se si guarda dentro di sé».
Ogni album degli Slothrust ha alzato l’asticella rispetto al precedente: dagli esordi lo-fi di Feels Your Pain del 2012 al rock levigato di Parallel Timeline del 2021, prodotto dallo storico tecnico dei Garbage Billy Bush. La perdita di un componente ha rafforzato l’istinto sperimentale. Primo lavoro del gruppo come duo (la chitarrista e cantante Leah Wellbaum e il batterista e polistrumentista Will Gorin), What They Grow in the Garden è anche il disco più grande e sfrenato della loro carriera.
Attratta dai demo capaci di intercettare un’insoddisfazione collettiva, Wellbaum ha pensato ai musicisti alle prese con un’industria in disfacimento, all’epidemia di dipendenza dagli schermi, alla vita sotto il peso del capitalismo avanzato e del consumismo eccessivo. Sono fili dello stesso groviglio: tutto contribuisce ad anestetizzarci. «Ci stiamo allontanando sempre di più da un’umanità tattile e organica», osserva Wellbaum, invitando il pubblico a riscoprire il margine d’azione possibile dentro questi sistemi. Concepite come reazione alla dipendenza digitale, le canzoni raccontano quanto sia impossibile sottrarsi del tutto alla complicità, ma aprono almeno uno spiraglio per allontanarsi dalla fredda luce blu dei telefoni.
Gli Slothrust sono cambiati molto nel corso degli anni, senza perdere la capacità di sorprendere. In The Lake tornano alle radici grunge; subito dopo, la conclusiva Dystopian Cemetery si apre in un valzer da stadio, stratificato di armonie e sostenuto dal pianoforte martellante del collaboratore di lunga data Willy Beaman. È la conferma definitiva: questa è una band capace di fare qualsiasi cosa, ed è intenzionata a farla.
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