Roger Waters: recensione di The Dark Side Of The Moon Redux

Con The Dark Side Of The Moon Redux, Roger Waters ha voluto omaggiare la memoria di un disco epocale, scoprendone il lato più intimo attraverso una rivisitazione dalle atmosfere cupe e malinconiche.

Roger Waters

The Dark Side Of The Moon Redux

(SGB Music)

rock psichedelico, ambient noir, sonorizzazioni

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“L’originale The Dark Side Of The Moon sembra in un certo senso il lamento di un anziano sulla condizione umana. Ma Dave, Rick, Nick e io eravamo così giovani quando ce l’abbiamo fatta, e quando guardi il mondo intorno a noi, ti accorgi che il messaggio non è rimasto impresso”. Con queste parole il cofondatore dei Pink Floyd Roger Waters, all’interno del comunicato stampa, ha anticipato la pubblicazione della sua rivisitazione di The Dark Side Of The Moon.

A sei anni di distanza dall’uscita del suo ultimo disco solista Is This the Life We Really Want?, e in concomitanza con l’atteso ritorno del suo tour intitolato This Is Not a Drill, Roger Waters manda alle stampe The Dark Side Of The Moon Redux, audace riadattamento, a cura dello stesso Roger Waters (non nuovo a certe operazioni di rivisitazione, come quella recente di Comfortably Numb), di uno degli album più iconici e acclamati della storia della musica, a cinquant’anni dalla registrazione originale con i Pink Floyd.

Edito nel 1973, quando Waters aveva 29 anni (nell’anno in cui finì la Guerra del Vietnam e iniziò la prima crisi finanziaria mondiale dopo il boom economico del dopoguerra), The Dark Side Of The Moon – tutt’oggi fonte d’ispirazione per il mondo dell’arte in ogni sua declinazione – ha venduto oltre 45 milioni di copie, diventando l’album più venduto di quel decennio e il quarto di tutti i tempi. Un trip multisensoriale lungo mezzo secolo.

L’ottantenne compositore britannico, perennemente in lotta col proprio genio, non sempre uscendone vincitore, ha lasciato i Pink Floyd nel 1985 ed è oggi uno degli artisti solisti di maggior successo al mondo ma anche uno dei più chiacchierati, da un lato per aver tagliato i ponti con gli altri membri storici dei Pink Floyd (ben noti gli strascichi polemici tra lui e Gilmour) e dall’altro per via di certe dichiarazioni provocatorie che spesso lo hanno posto al centro della critica, non risparmiandogli pesanti accuse, tra cui quelle di antisemitismo e filo-putinismo.

Al netto di quella che è la sua filosofia politica antibellica e anticapitalista, acutizzata oltretutto da una plausibile arroganza senile, Roger Waters ha continuato ad alimentare estro creativo e costante ricerca introspettiva, regalando ai suoi fan, e non solo, questo personale restyling di The Dark Side Of The Moon, sia sotto l’aspetto musicale sia dal punto di vista dei testi, ma senza alterare quest’ultimi, semmai aggiungendo nuovi versi come nel caso del nuovo arrangiamento di Speak To Me/Breath, traccia che si apre con Waters che recita il testo di Free Four, brano tratto dall’album Obscured By Clouds.

Con la realizzazione di The Dark Side Of The Moon Redux, Roger Waters ha semplicemente voluto omaggiare la memoria di un disco epocale e assolutamente insostituibile – indipendentemente da qualsiasi tipo di rielaborazione – rievocando quella meditazione esistenziale sull’esperienza umana e le inesorabili e instancabili oscillazioni del tempo (“every year is getting shorter, never seem to find the time”), che lentamente hanno trasformato la presunzione killer della giovane età e le illusioni del futuro in rimpianto e inconsolabile rassegnazione (“you are young and life is long, and there is time to kill today, and then one day you find ten years have got behind you”).

Così, attraverso una riscrittura dai suoni chiaramente de-gilmourizzati (ad esempio, nella rilettura di Time gli assoli di chitarra sono stati rimpiazzati da orchestralità ambient-noir dagli echi morriconiani), Waters è riuscito, tuttavia, a trasmettere la medesima tensione onirica, ripiegando su un minimalismo espressivo denso di sonorizzazioni dalle atmosfere cupe, spartane, monocromatiche (eccezion fatta per Any Colour You Like, con quel tocco sobrio, pressoché accennato di ritmiche funk sixties), fuligginose, liturgiche, malinconiche e pertanto più affini ai tempi bui che stiamo vivendo.

Insomma, con The Dark Side Of Moon Redux, più che mostrarci un altro lato di quella luna – simbolo delle alterazioni dell’inconscio umano – Waters sembra volerne esplorare il suo nucleo più intimo e poetico (“the memories of a man in his old age, are the deeds of a man in his prime”), e lo fa asciugando volutamente certe profondità telescopiche del passato, aprendosi a una diversa prospettiva emozionale, più raccolta e spirituale, avvolgendo ogni episodio della release con l’intensità solenne di cadenze chiaroscurali derivanti dal suo magnetico e baritonale spoken word, con una postura verbale a metà tra cavernose cavità timbriche alla Leonard Cohen e un crooning salmodiale che rimanda all’ultimo Nick Cave.

E allora, al di là di affrettate comparazioni con la versione originale di The Dark Side Of The Moon, ed evitando di rimanere incastrati nei sensi unici della nostalgia, sarebbe più equilibrato soffermarsi su quanto siano ancora attuali, a distanza di 50 anni, certi contenuti testuali, benché riadattati a una differente chiave di lettura strumentale.

Che in fondo il sole è sempre lo stesso, siamo noi a invecchiare, col fiato che si fa sempre più corto (“the sun is the same in a relative way but you’re older, shorter of breath and one day closer to death”). Da questa ennesima sfida autorale affiora l’intramontabile lucentezza di chi fa ancora i conti con quell’ego talmente ingombrante e quella sproporzionata visionarietà in grado di rimettere in discussione gli altri e se stesso, ma non il tempo.

 

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