Wu Ming Contingent: Schegge di Shrapnel

Il secondo album dei Wu Ming Contingent, frangia musicale del famoso collettivo letterario, dal titolo Schegge Di Shrapnel, è un viaggio nelle trincee della prima guerra mondiale. Racconti in prima persona di uomini e corpi e paure, resi con ironia e sagacia. Legato al recente romanzo L'Invisibile Ovunque, si veste di spoken word ed alternative rock

Wu Ming Contingent

Schegge di Shrapnel

(Woodworm Label)

post-rock, canzone d’autore


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Wu Ming Contingent- Schegge di ShrapnelNel 2014 usciva il primo disco dei Wu Ming Contingent, emanazione musicale del collettivo Wu Ming, che era legato concettualmente al libro L’Armata Dei Sonnambuli. A due anni di distanza la medesima frangia musicale del collettivo dà alle stampe il nuovo Schegge Di Shrapnel, anche questo legato ad un libro del collettivo Wu Ming, L’Invisibile Ovunque, uscito sul finire dello scorso anno.

Così come accadeva nel disco d’esordio, Schegge di Shrapnel si compone di una serie di racconti declamati su un tappeto sonoro che affonda le radici nell’alt-rock screziato di volta in volta da punk, elettronica, funk e post-rock. I testi nascono da un reading tenutosi a Berlino nella primavera del 2015: brevi racconti in prima persona di aneddoti, storie, accadimenti, che danno voce alle versioni di combattenti che presero parte al primo conflitto mondiale.

Un punto di vista calato all’interno delle trincee per raccontare cos’era la guerra e chi erano gli uomini che la combatterono. Quella guerra descritta dai Wu Ming Contingent con la classe letteraria che li contraddistingue, nella prima traccia del disco,intitolata proprio L’Invisibile Ovunque , come un muro grigio attorno all’Europa che gettava la sua ombra gigante sui corpi di uomini tremanti, che abbatteva le foreste, che tuonava la notte durante la tempesta. La guerra che era il lamento dei poveri, la rabbia dei deboli, la fame, la morte.

I testi propongono riflessioni e spunti che gettano nuova luce sull’immagine che abbiamo del conflitto, con pungente ironia, sagaci provocazioni, ritratti acquerellati. Che sappiano scrivere come pochi, i Wu Ming, lo sappiamo bene e che la formula funzioni ad orologeria è presto detto. Che rappresenti qualcosa di nuovo dal punto di vista prettamente musicale, invece, è tutto da vedere.

In più di un’occasione tornano in mente rappresentanti illustri della spoken word italica: Offlaga Disco Pax su tutti, specie negli episodi più wave come in Tintura di Shrapnel oppure in Come Esempio Sulla Massa. Gli episodi più post-rock ed in generale quelli in cui i testi sono più complessi e costruiti con uno stile più letterario e meno descrittivo, la mente vola ad Emidio Clementi ed alle sue molteplici incarnazioni.

Se prendete questo disco per quello che è, ovvero una ricerca di nuovi canali di comunicazione, diversi da quelli storicamente utilizzati dal collettivo di appartenenza, da parte di gente che ha tante cose da dire e le dice scrivendole in modo magistrale, allora questo album è da considerasi centrato e di notevole valore. Wu Ming 2 e Wu Ming 5 prima di venir considerati scrittori di successo facevano parte entrambi, ognuno per sé, di vari collettivi musicali. Non sono perciò estranei all’ambiente ed alle sale prove ed hanno certamente un’ottima cultura musicale.

Non sono neppure estranei ai progetti di commistione tra letteratura e musica: Wu Ming 2 ha partecipato alla stagione di Enrico Brizzi e Frida-X come musicista. Che la loro forza sia nella scrittura, però, è evidente tanto quanto lo è la debolezza, o meglio la poca incisività, di alcuni contrappunti sonori tenuti eccessivamente in secondo piano e col freno a mano tirato. Gli strumentali eccessivamente sommessi e troppo spesso piatti e con poche variazioni dinamiche, non sorreggono come dovrebbero i racconti dal punto di vista del pathos e dell’enfasi che sarebbe stato lecito aspettarsi nelle varie scene interne ai brani. La costruzione strumentale, generata da una serie di jam session, sembra essere concepita più come un complemento che come parte integrante della struttura compositiva. Il risultato è un suono molliccio e senza spina dorsale.

Anche per via di ciò il disco risulta sì piacevole, ma tutt’altro che adatto ad un sottofondo. E’ un disco che spinge alla riflessione, all’ascolto attento, alla concentrazione sui testi. E’ più un audio libro che un disco di musica rock. Non lo scrivo perché non ne apprezzo il valore, sia chiaro, ché a me questo Schegge Di Shrapnel è piaciuto molto, ma per darvi la possibilità di inquadrarlo meglio e mettere a fuoco la proposta in modo schietto ed onesto.

Immaginate un piatto di spaghetti al pomodoro, il più buono che abbiate mai mangiato; profumato, saporito, bilanciato in ogni suo aspetto gustativo. Ora immaginate che qualcuno lo frulli e ve lo propini a cucchiaiate. Il gusto continuerà ad essere perfetto e bilanciato, senza una nota fuori posto, continuerà a rimandare immagini di balconi fioriti e coste battute dalla brezza estiva. Tuttavia mancherà tutta la componente tattile, non meno essenziale: la consistenza al dente degli spaghetti, la succosità dei pomodorini freschi, l’aromaticità esplosiva del basilico sotto ai denti.

Questo disco è una vellutata splendida, in cui lo chef ha scritto letteratura di ottimo livello. Però la brigata non ha saputo replicare lo stesso risultato dal punto di vista sonoro.

Adoro le vellutate ed appena posso ne faccio di zucca, di cavolfiore, di ceci, di patate. Ne aiuto il deficit di consistenza con crostini di pane tosati. Allo stesso modo mi è piaciuto questo disco e ne apprezzo il valore; ne agevolo la fruizione sedendomi in poltrona, in penombra, con le cuffie calcate in testa, ascoltando con attenzione le storie narrate, immaginando le facce, le stanze, gli odori. Provateci anche voi e fatemi sapere cosa avete visto, sentito, insomma cosa ne pensate; un po’ come fosse il nostro personale esperimento collettivo.

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Antonio Serra
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