Paul Armfield: Blood, Fish and Bone

Nessuno meglio di Paul Armfield è capace di trasformare musica e parole in un’atmosfera quasi reale e tangibile. E nel suo terzo album solista, dà prova ancora una volta di questo peculiare talento…nel caso ce ne fosse bisogno

Paul Armfield

Blood, Fish and Bone

(Cd, Artfullsounds)

folk, indie

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recensione-paul-armfield-blood-fish-and-boneSalutato come “l’erede di immortali troubadours come Tim Hardin” da Gavin Martin del Daily Mirror, Paul Armfield dà alle stampe il suo terzo album, intitolato Blood, fish and bone. Registrato dal vivo in quattro giorni di lavoro, è il simbolo di un’artista controcorrente, che nonostante la modernizzazione e digitalizzazione della musica contemporanea, ha utilizzato quasi esclusivamente attrezzature valvolari fatte in casa.

Strano mix di parole, quello impiegato nel titolo: mai avrei pensato di unire fish (pesce) a blood (sangue) e bone (ossa). Ma nella visione di Paul, il sangue rappresenta la famiglia e gli amici, il pesce il suo senso del luogo (e come potrebbe essere altrimenti, per chi come lui vive su un’isola), mentre le ossa la nostra mortalità: tutti insieme, sono la crescita, l’evoluzione delle cose. Tematiche queste sviscerate nelle sue liriche, sempre profonde e dirette, dolci e melodiose.

La citazione di Gavin Martin definisce perfettamente la musica di questo artista, di cui il folk è una componente essenziale e vitale. Tutte le canzoni di questo album nascono per un progetto solista: Paul da solo basta a se stesso, essendo un eccellente suonatore di ogni tipo di chitarra  e perfino del contrabbasso. Alle registrazioni hanno però partecipato anche JC Grimshaw, il suo polistrumentista di fiducia e membro della sua storica band, i Four Good Reasons, Adam Kirk, chitarrista ritmico di Joan Baez e Rupert Brown alle percussioni.

La sua voce dà corpo alla musica, con un timbro avvolgente e ammaliante. Il suo stile cantautoriale si sviluppa intorno alla chitarra, che sostiene la melodia quasi fosse l’unico elemento compositivo. Alcuni brani di questo album si discostano leggermente dal genere folk, per accostarsi timidamente al blues e alla musica di colore degli anni ’50 (come in Sloe gin) o a ritmi più metropolitani e graffianti (in What do they think they are?), ma personalmente trovo che la poetica di questo artista si espliciti al meglio in brani più d’atmosfera, nei quali è in grado di creare una vera e propria ambientazione. Ne è un esempio Missing the last boat home, dove l’amore e l’attaccamento per la propria terra è tangibile, anche se a volte potrebbe anche essere sinonimo di isolamento; sembra quasi si trovarsi sott’acqua, in un ambiente ovattato.

Una musica, quella di Paul Armfield, capace di portarti in posti lontani, reali o irreali, e riportarti indietro senza lasciarti quell’amaro in bocca che ogni ritorno racchiude in se.

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Simona Fusetta
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