Modena City Ramblers: Niente di nuovo sul fronte occidentale

Tredicesimo album per i Modena City Ramblers, portabandiera del combat folk, che nonostante i cambi di formazione restano sempre un punto fermo per quei giovani di ieri e di oggi che dalla musica chiedono (soprattutto) un po’ di spessore
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Modena City Ramblers

Niente di nuovo sul fronte occidentale

(Cd, Mescal)

combat folk

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Modena City Ramblers- Niente di nuovo sul fronte occidentaleChi non conosce i Modena City Ramblers? Impossibile non aver intonato un loro canto di protesta o intrapreso un viaggio sulle note di una loro canzone, soprattutto per chi, come me, è stato giovane negli anni ’90 (e lo è ancora, ovviamente!). Nel corso dei decenni, a partire dal 1991, di acqua sotto i ponti ne è passata, di cambi di formazione ce ne sono stati, ma ciò che è rimasto intatto è la voglia di portare all’attenzione di tutti fatti lontani nel tempo e nello spazio, e di fare nostri quei ritmi, siano essi sudamericani o irlandesi, che da sempre sono alla base della musica folk. Ecco in sintesi i contenuti del tredicesimo lavoro della band emiliana, il doppio Niente di nuovo sul fronte occidentale.

Mai titolo fu più profetico: Niente di nuovo sul fronte occidentale è lo slogan che contraddistingue la staticità dell’attuale situazione italiana. Ma in fondo è anche un segno di continuità, la prova di un’identità che non si può abbandonare. Caratterizzato da un lato A (Niente di nuovo) e da un lato B (Sul fronte occidentale) a ricordare il vinile, questo doppio album potrebbe suonare azzardato in un’epoca di crisi del mercato discografico come la nostra (anche se la Mescal è corsa ai ripari applicando un prezzo politico). Il rischio maggiore però è quello di mettere troppa carne al fuoco e di non convincere pienamente in tutte le tracce.

Il lato A si apre con la title track, sunto di tutti gli elementi da sempre presenti del DNA degli MCR: il folk-rock di matrice irlandese e le tematiche attuali e talvolta scomode, come la primavera araba (E’ primavera) e la vicenda di Federico Aldrovandi (La luna di Ferrara). Per quanto i ritmi siano da subito molto coinvolgenti e ballabili, i testi mancano talvolta (come nel caso di Beppe e Tore) di quella profondità tuttavia essenziale per lasciare il segno.

Più efficace il lato B, quello che nelle intenzioni dovrebbe essere l’album più folk e poetico, rispetto al primo più elettrico. Anche se in realtà tra i due aspetti di questo lavoro c’è abbastanza omogeneità e fluidità a livello di sonorità e d’intenti, è qui che troviamo le canzoni più significative e particolari. Due magliette rosse, che racconta la finale di Coppa Davis vinta dall’Italia nel 1976 allo stadio di Santiago del Cile all’epoca del regime di Pinochet e Afro, molto semplice ed essenziale, che si attesta più nell’ambiente cantautorale à la De Gregori. Oltre al pezzo più riuscito di tutti, perché toccante e davvero coinvolgente come solo i vecchi Modena sapevano fare: Il giorno che il cielo cadde su Bologna, che racconta dal punto di vista dei vari e inconsapevoli protagonisti l’evento che più di tutti ha segnato una città, la strage della stazione del 1980.

Che l’abbandono di Cisco abbia segnato la fine di un’epoca è ben chiaro a tutti. In questo doppio album, come negli ultimi, manca l’ispirata vitalità capace di dare spessore e forza a testi e musica. Forse si poteva condensare il tutto in un unico cd, che avrebbe evitato momenti di stanca durante l’ascolto. Aspettiamo però di vedere la band dal vivo, ambiente nel quale ha sempre dato il meglio di sé, dare nuova linfa a queste tracce.

 

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Simona Fusetta
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