Jamiroquai: Rock Dust Light Star

Ritorna una delle band più versatili degli anni '90, con un ennesimo lavoro eclettico e fuori dalle righe. Non saranno più innovativi, ma il risultato non è da buttar via

Jamiroquai

Rock Dust Light Star

(Cd, Universal-Mercury)

pop, funk, reggae, dance

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Jamiroquai- Rock Dust Light StarSono giunti al settimo disco questi inglesi che ormai da quasi venti anni cercano di diffondere un messaggio musicale quanto più vario ed, a tratti, incomprensibile. Guidati dal frontman “cappellaio matto” Jason Kay, ecco, dunque, tornare sulle scene i Jamiroquai. Con una formazione pluri-rimaneggiata, ormai delle origini rimane il solo Jay. Eppure, nonostante alcune differenze con i loro primi lavori, il sound della band pare aver resistito nel tempo anche ai frequenti esperimenti che hanno fatto spesso passare il gruppo da un genere ad un altro.

Rock Dust Light Star è, quindi, un altro album alquanto miscellaneo in cui trovano spazio canzoni più smaccatamente elettroniche, brani reggaeggianti, qualcheduno leggermente rock, il tutto sempre infarinato da una base di funk e di orecchiabile pop.

La partenza è subito buona con la title-track Rock Dust Light Star appunto, una canzone dal sound tipico Jamiroquai ma elaborata in una chiave maggiormente vicina al rock richiamato nel titolo. Peccato che il secondo brano, e primo singolo estratto, sia una delle canzoni più deboli dell’intero album: White Knuckle Ride è infatti un brano disco-pop molto di moda in questi tempi, ma alquanto banale sia nella ricerca sonora che nella melodia. Un discorso simile potrebbe essere fatto per la quarta track All Good in the Hood, altro brano piuttosto debole, un misto di funk e disco anni ’70 non del tutto riuscito.

Si cambia completamente registro invece con Hurtin’ e Blue Skies, due brani differenti ma entrambi molto ben fatti: il primo si avvantaggia di un riff rock su un ritmo cadenzato che rimane facilmente impresso nella memoria già dai primi ascolti, mentre il secondo (tra l’altro anche secondo singolo estratto) non è altro che una ballata pop dall’inconfondibile sound della band, arricchita dall’interpretazione soul del soffice falsetto di Jay Kay.

Uno degli strumenti che a fasi alterne i Jamiroquai hanno sempre messo maggiormente in luce è il basso, ed anche in Rock Dust Light Star ce ne offrono più di un esempio. Ma la linea che maggiormente colpisce è senza dubbio quella di She’s a Fast Persuader, una canzone funkeggiante dal ritmo alquanto trascinante, e dall’atmosfera spaziale ed evanescente.

A fare da contraltare ad una buona partenza vi è addirittura un trittico finale di grande impatto formato da Goodbye to My Dancer, Never Gonna Be Another e Hey Floyd: la prima delle tre è un brano che mescola elementi funk su una base prettamente reggae, con risultato più che gradevole; la seconda è un’altra ballata delicata e dal cantato soul, intensa e piacevole; infine l’ultima è un classico brano modernamente funk alla Jamiroquai, non fosse per un interessante intermezzo di puro reggae, che lo rende decisamente più originale rispetto ad altri brani del disco.

Erano ben cinque anni che non producevano un album di soli inediti, ed ormai l’attesa e l’impazienza dei fans di vecchia data era giunta a livelli di sopportazione abbastanza alti. Se contiamo che Jay Kay poi avrebbe da poco dichiarato una certa stanchezza riguardo la vita da stella della musica, di certo l’ottimismo attorno al futuro dei Jamiroquai non è così scontato. Per il momento, comunque, non ci resta che accontentarci di Rock Dust Light Star, che, se anche non riuscisse a riportare la band ai record di vendite del passato, si spera riesca quantomeno a dissetare la voglia di musica dei fedelissimi della band. Per il futuro, si vedrà.

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Mauro Abbate
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