Paul Audia Band: recensione di Echoes Of Tomorrow

Paul Audia ritorna a farsi vivo con questo Echoes Of Tomorrow che conferma quanto di buono già si sapeva su di lui e sulla sua ottima band, ovvero che sa benissimo come macinare riff in puro stile hard rock.

Paul Audia Band

Echoes Of Tomorrow

hard rock

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La storia di Paul Audia è particolare. Il musicista italiano, pur sfornando da anni dischi di qualità, è poco conosciuto dalle nostre parti e questa è una colpa che va additata ad un sistema discografico come quello tricolore, che pare miope nello scovare talenti veri e che, invece, si esalta nei confronti di artisti che alla lunga si rivelano dei veri e propri flop.

Dopo qualche anno di silenzio, il chitarrista ritorna a farsi vivo con questo Echoes Of Tomorrow che conferma quanto di buono già si sapeva su di lui e sulla sua ottima band.

Paul si muove sulle coordinate che gli sono più consone, ovvero macina riff in puro stile hard rock e esalta la sua chitarra che, però, viene giustamente messa al servizio delle canzoni. Per questo si materializzano una serie di brani tosti, melodici e frizzanti che crescono con il passare del tempo.

La partenza è al fulmicotone, visto che Freedom è la classica botta che si piazza ad inizio lavoro per far capire che aria tira. Chitarra granitica, tiro importante, melodie continue ed ottimo ritornello.

Audia c’è e lo conferma con la successiva Let Magic Flow, che ha tutto per essere il classico singolo rock dalle sfumature malinconiche e dai contorni solidi. Se questa traccia fosse uscita a nome di un qualsiasi artista d’oltreoceano oggi si griderebbe al miracolo, ma tant’è.

Poi si vira su territori acustici, molto Extreme (Nuno Bettencourt rimane sempre una guida per chiunque), grazie a Closer che ha delle atmosfere solari e rilassanti.

Con 3 Dogs ci imbattiamo nel tipico blues strumentale che presenta varie soluzioni chitarristiche interessanti e che ha il pregio di non annoiare.

Poi si ritorna a volare con The Sun Is Falling Down, un mix di hard blues che strizza l’occhio al primo Jeff Healey e agli immancabili Cream d’annata.

Poi la band non ci mette nulla a diventare ancora più cattiva con What Can I Do, mossa da un riff sabbatiano e da uno squarcio melodico in sede di ritornello che ti prende la gola e non ti lascia più. Semplicemente perfetto.

Se In This Cold Winter è la classica ballata, perfetta per spezzare e che ci proietta ai tempi d’oro dell’hard rock targato anni ottanta, con la successiva Memories ritroviamo un altro strumentale di puro stampo Joe Satriani.

Ah, non ci si fa mancare neanche l’ospitata qui dentro. Infatti, ritornano a suonare con Audia Billy Sheehan e Matt Starr (2/4 degli ultimi Mr. Big) che danno il proprio bel contributo in I’ll Be Everything che si rivela una canzone rallentata di puro hard rock in cui, ancora una volta, sono le melodie aperte del ritornello a fare tutta la differenza di questo mondo.

La saracinesca si abbassa definitivamente con l’ipnotica We Can’t Hide che mette il lucchetto ad un disco bellissimo, intriso di classe e purezza artistica. W l’hard rock, W l’old school, W la Paul Audia Band.

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