Nightbus: recensione di Passenger

I Nightbus - da Manchester - al debutto già si mostrano come una band consistente: Passenger trasforma l'autobus notturno in metafora esistenziale, rifiutando le vie di fuga e gli stordimenti per abbracciare invece una maturità consapevole e necessaria.

Nightbus

Passenger

(Melodic)

new wave, post-punk


I Nightbus – da Manchester – al debutto già si mostrano come una band consistente: Passenger trasforma l’autobus notturno in metafora esistenziale, rifiutando le vie di fuga e gli stordimenti per abbracciare invece una maturità consapevole e necessaria.

Il trio composto da Olive Rees alla voce e chitarra, Jake Cottier a chitarra ed elettronica e Ben McFall al basso, ha lavorato a Leeds con il produttore Alex Greeves per costruire un’opera che si distacca nettamente dalle canzoni usa e getta del consumo rapido. Queste dodici composizioni rappresentano un percorso fluido attraverso atmosfere amniotiche pregne di elettronica, riferimenti al dub, avamposti di trip hop e impulsi sognanti, il tutto legato da arpeggi elettrici che strizzano l’occhio al post-punk senza cadere nell’ovvio.

L’album si apre con Somewhere, Nowhere, un crepuscolo strumentale che accoglie i passeggeri a bordo con una danza ipnotica dove l’influenza elettronica degli anni Novanta si fonde con dolcezza e malinconia. Fin da subito emerge la capacità del gruppo di lavorare su atmosfere rarefatte e cambi di tempo graduali, affidando a strumentazione e voce il compito di agire come amalgama, vento che cade sull’asfalto, convertendo la pista da ballo in luogo mistico dove la riflessione diventa desiderata e necessaria.

Angles Mortz, uno dei due singoli anticipatori, si configura già come manifesto emotivo e razionale del progetto. La voce di Olive Rees abbraccia raucedine e piume dense di lacrime, mentre l’approccio onirico spiana la strada a una danza che prospera su un giro di chitarra in pieno stile Sarah Records, con il basso di McFall che circonda tutto come un’andatura rispettosa ma accelera il viaggio del bus in un delirio segreto e controllato.

False Prophet introduce contaminazioni neofolk, il boato sottile dell’hip hop e le eleganti contorsioni care ai Black Box Recorder e Saint Etienne. Il brano riunisce onde elettriche ed elettroniche con il registro vocale di Olive che si posiziona sotto le nuvole, mentre i fasci sonori si rivelano frammenti di una giungla in cerca di consacrazione. L’ipnosi diventa linguaggio primario.

Con Fluoride Stare la rarefazione raggiunge un climax cinematografico tra asfissia e libertà. Il rombo può raffinarsi attraverso trame segrete e muoversi in modo fluido, come fa questo brano disturbante, una nuova tossina piena di stop and go, fluorescenza e nebbia sotto la pioggia. Il viaggio prosegue scivoloso e sinuoso.

Ascension, l’altro singolo, conferma l’intenzione originale del gruppo: un profumo elettrico che diventa energico, quasi onirico, con testi che sono invece specchio della realtà, in una miscela sensuale di battiti elettronici perfettamente inseriti tra chitarra e basso.

Just a Kid porta i Massive Attack idealmente a Manchester, dove il trio aggiunge i propri contributi con una chitarra quasi gotica, mentre un crooner maschile attende la forma espressiva incantevole del canto di Olive, che astutamente non arriva mai nel modo atteso.

Host rappresenta il momento di gloria che benedice l’intera opera. Si tratta di un laboratorio consapevole, un esperimento, una montagna russa attraverso rumore e attesa, con un ghigno diabolico e doloroso, una scia di petali, un arpeggio di chitarra antico circondato da una parete incantevole di suoni lentamente epilettici, fino a quando Olive dimostra di essere un’eccellente vocalist, giocando con l’umore della sua voce e i registri vocali. Il brano diventa una zona pericolosa dove il bus rischia di perdersi data la tensione crescente.

Con 7am emerge l’anima torbida dei Nightbus nei primi secondi del brano, come una danza sensuale e infida, tra riff di chitarra e un riverbero abbottonato, mentre il canto sussurrato di Olive crea un monologo avvincente in attesa del rombo concavo di una chitarra grattugiata.

Blue In Grey chiude il viaggio senza concluderlo davvero. Prevale la sensazione che viaggeremo ancora con tutto ciò che abbiamo vissuto fino a questa dodicesima traccia. Tutto finisce con un’atmosfera che sembra dire ci vediamo domani, mentre la band esaurisce il nostro rombo silenzioso di un ulteriore momento di stupore. L’insieme è un gioco di riferimenti, di costruzioni in cui la forma canzone viene accerchiata e si godono i piccoli cambiamenti, le variazioni di ritmo e l’assoluta convinzione che certi brani sembrino cappotti adatti a tutte le stagioni.

Come emerge dalle parole di Jake e Olive, il principale risultato è stato far suonare insieme tante canzoni contrastanti come se appartenessero a un unico universo. Un merito importante va ad Alex Greaves, il produttore, sintonizzato sul progetto quanto la band stessa, con uno stile distintivo che ha incollato l’album. L’opera è unica nel modo in cui presenta brani dal primo giorno di esistenza del gruppo insieme a composizioni scritte tre anni dopo, diventando di fatto la colonna sonora dello sviluppo dei Nightbus come individui e come pratica creativa.

Passenger è un album maturo, sorprendente, scioccante e fresco, capace di catturare l’energia giovanile e depositarla davanti a una popolazione adulta che si troverà a dover fare i conti con una sequenza sconvolgente di gemme nutrienti. I testi costituiscono un vocabolario che cerca di apparire nella logica, nella ricerca audace, utilizzando immagini e storie come vivace lezione di narrativa inglese, colpendo ed equipaggiando l’attenzione di nuove antenne sintonizzate su una forza davvero notevole.

I sentimenti diventano storie, fermate del bus, un abbraccio, una coperta umida di nudità mentale che induce all’abbraccio. Si tocca la sensazione del calore dell’equatore così come il freddo dell’Antartide, come se il bus, folle, volenteroso, capace, non prevedesse alcuna fermata né l’intenzione di arrendersi. È la vita stessa che si alza con le sue storie, commuovendo, e il trio pilota l’esperienza di un volo senza ali dentro l’epicentro della notte in cui al giorno non è permesso di apparire.

I Nightbus certificano la fine del passato accendendo fuochi pieni di brina e lustrini, con geyser malinconici tendenti al grigio e al blu in una combinazione seducente e armoniosa. Le canzoni sono piene di mistero, rumori mutilati e tracce attitudinali verso un pop che preserva tutto, rendendo il tempo trascorso in ascolto un bisogno assoluto di immersione e ripetizione, diventando tossicità benevola e necessaria, non attribuibile a colpa alcuna.

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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