NickelOdeon: recensione di Flipper (Folk Songs for the Judgement Day)

Il 'Flipper' di Claudio Milano è una macchina allungata nello spazio - tempo, la pallina che rimbalza senza sosta tra le epoche i generi, riprendendo decine di remi della musica popolare, dall'antico al contemporaneo, omaggiando Luciano Berio nel centenario della nascita.

NichelOdeon

Flipper (Folk Songs for the Judgement Day)

classica, contemporanea, avanguardia


Claudio Milano, sperimentatore vocale e sonoro, vent’anni e passa di attività, pubblica il secondo lavoro a nome NickelOdeon, assieme allo storico collaboratore Teo Ravelli alias Borda.

È una macchina intertemporale o a-temporale, il Flipper di Milano, la cui costruzione è cominciata nel 2003, anno della scomparsa di Luciano Berio e presentata al pubblico lo scorso 24 ottobre, in occasione del centenario della nascita del compositore.

Scelta ovviamente non casuale, visto che Berio, assieme a Cathy Berberian per gli studi locali, rappresenta il principale riferimento per Milano.

Flipper prende le mosse proprio dagli studi di Berio sulla musica popolare, snodandosi su sei composizioni (nella versione digitale: quella fisica sarà in parte diversa) che si snodano arrivando a superare anche la mezz’ora di durata, ma la cui divisione diventa quasi un pro-forma, in quella che si potrebbe (dovrebbe?) vivere come un’esperienza di ascolto unica, per quanto complicata, anche solo dal punto di vista dei tempi: si parla di circa un’ora e quaranta minuti di ascolto.

Il piano di gioco del Flipper di Milano è, più o meno, la storia della musica popolare dall’antichità ai giorni nostri, la pallina spinta su e giù in una sorta di liquido sonoro e che, ad ogni urto, fa emergere un tema, un ricordo, a volte solo un accenno.

Il risultato è una sorta di canone, in cui l’Alto Medioevo e le musiche tradizionali convivono con Mina, gli Area con il ‘Canto degli Italiani’, ‘Maramao’ e ‘Zingara’ con Battiato, De André e Tenco, con l’inserimento di alcuni pezzi originali dello stesso Milano.

Non un disco di ‘cover’, attenzione, ma di rielaborazioni, il materiale originale trasfigurato nella vocalità di Milano, sempre focalizzata, centrata sullo sforzo di dare corpo ai suoni, peso alle parole; attorno, oltre a Ravelli, un ensemble di una ventina di musicisti, ad alternarsi di volta in volta, i più noti forse Paolo Tofani e Tony Pagliuca ex Area e Le Orme rispettivamente, a costruire ambienti sonori affacciati su dimensioni ‘altre’ in cui il vuoto, o i suoni a volte quasi impercettibili, assumono lo stesso peso di un pieno che non è mai semplice accompagnamento.

L’ascolto di Flipper è quindi un esercizio consigliato, oltre agli appassionati di sperimentazione, anche a chi, anche per semplice curiosità, voglia concedersi un’escursione nei territori di un’avanguardia che, nel lavoro di Milano, è da sempre orgogliosamente indipendente.

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Marcello Berlich
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