Messa: recensione di Close

È uscito Close, il terzo album dei veneti Messa: un concept oscuro e liturgico che coniuga sonorità black metal, densità heavy doom, suite jazz ambient e contaminazioni etniche di origine folk mediorientale.

Messa

Close

(Svart Records)

doom, black metal, folk etnico, piano ambient, tribal jazz, arab folk, psych blues, prog metal

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Messa-Close-recensioneA quattro anni di distanza dal precedente Feast For Water e a sei dal debutto con Belfry, i Messa danno alle stampe il loro terzo lavoro in studio intitolato Close, edito per l’etichetta finlandese Svart Records e anticipato dall’uscita del singolo Pilgrim.

Il collettivo veneto – formatosi nel 2014 e composto da Sara Bianchin alla voce e testi, Mark Sade alla chitarra e basso, Mistyr alla batteria e Alberto Piccolo alla chitarra e pianoforte – condensa le proprie esperienze individuali e i rispettivi background all’interno della stessa curva creativa, tra le pieghe sensoriali di un comune linguaggio dal sapore etnico e artigianale, facendosi soundtrack di un sentimento desertico, dronico e litanico, e riuscendo ad amalgamare influenze musicalmente molto distanti, che risentono del contatto con il mare, la terra e gli istinti primordiali.

Quella che emerge – sia sul versante testuale che sul portamento estetico – è una scrittura che aderisce al genere dell’occulto più per una torbida esplorazione dei lati oscuri e reconditi dell’animo umano che per un qualcosa di realmente affine alla sfera delle pratiche esoteriche.

Un pellegrinaggio ascetico, ieratico, cerimoniale e liturgico che – contraendosi e dilatandosi lungo un sofferto cammino di ricerca introspettiva e coniugando l’influsso pagano della musica estrema scandinava con le contaminazioni etniche di origine sahariana – si manifesta nei suoni fangosi, magnetici, lisergici e circolari che ribollono nelle dieci tracce in scaletta (cantate in inglese, di cui due strumentali, Hollow e Loeffotrack), con palesi richiami all’heavy doom tradizionale di band come Black Sabbath, Bathory, Pentagram e Saint Vitus.

Un concept denso di atmosfere oscure, oniriche, messianiche e arabeggianti, che aleggiano su registri eterogenei fatti di arpeggi melodiosi, luccicanti, malinconici, vellutati e al tempo stesso sinistri, minacciosi ed enigmatici, dove ritmiche marziali e claustrofobiche blast beat di matrice black metal sfumano nella sospensione ambient di suite jazziste e nelle vocalità solenni, epiche, evocative e viscerali al femminile dell’ex bassista dei Restos Humanos.

 

A tutto questo si aggiungono tematiche permeate di simbolismi religiosi, metafore orphalesi e ritualità spirituali della tradizione nordafricana, svelando quello che è il naturale dualismo tra psiche e corpo, chitarre acustiche e percussioni tribali, e facendo leva sul potere suggestivo e simbiotico di elementi apparentemente contrastanti. Tra queste espressioni folkloristiche troviamo i cosiddetti Nakh: danze tipiche dei berberi che vivono nella zona di confine tra Algeria e Tunisia, eseguite solamente da donne, in cui i capelli sono al centro dell’attenzione.

I capelli, agitati dalle ballerine durante tutta la durata della danza (come rappresentato nel videoclip di Pilgrim e nella grafica dell’artwork), compiendo delle semi-rotazioni molto accentuate insieme al movimento del busto e della testa, prendono vita grazie alle vibrazioni della musica e alla fluidità del ballo, attraverso un crescendo morbido, ripetitivo, sensuale ed ipnotico.

Close racchiude in sé un crocevia di culture indigene, tra Oriente e Occidente – come due corde che vibrano da sole ma per la stessa musica – con l’obiettivo finale e catartico di elevarsi al di sopra della sostanza organica, al di là del nigredo e l’albedo, nell’atto culminante di risorgere dalle proprie ceneri, ma con un livello superiore di consapevolezza.

MESSAproject

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Andrea Musumeci
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